lunedì 23 marzo 2015

Cross culture: Italia e Ungheria a confronto.

Italia, Francia e Spagna sono tra i Paesi agli ultimi posti per l’attenzione alle altre culture.
È l’opinione del linguista inglese Richard Donald Lewis, il cui libro When cultures collide (Brealey, 2005) – che studia le differenze culturali e dà consigli per migliorare la comunicazione nel busieness internazionale – è stato tradotto in varie lingue, ma non in quelle dei tre Paesi citati.
Probabilmente tali paesi mediterranei si sentono depositari di una grande eredità culturale, che così fa ombra a tutte le altre: un atteggiamento di superbia non solo disdicevole ma anche autolesionista.
L’attenzione agli altri, infatti, non solo rende più simpatici e tolleranti, ma facilita gli scambi culturali e commerciali. E facilita gli affari. Se ne accorgono sempre più imprese, in particolare quelle che esportano. Se non si adatta la comunicazione alla cultura locale, la merce resta invenduta. Lo rivelano vari studi e ricerche inquadrate sotto la voce “cross culture”, in italiano “interculturalità” (ungh. interkulturalitás).

Non è solo un problema di lingua, ma di diversità culturali (e valoriali) e anche di civiltà. Ad esempio, tra Ungheria e Italia ci sono varie differenze culturali, ma la condivisione di una stessa civiltà, la cosiddetta civiltà “occidentale”, profondamente diverse dalle civiltà asiatiche, come quelle di Cina e Giappone.
Occorre premettere che l’interculturalità è un’azione (attiva) che prende piede con difficoltà, pur se necessaria: essa va al di là della tolleranza tra diversi, è confronto (anche critico) e scambio, che concepisce le diversità culturali come un valore.
Invece, la “multiculturalità” (multikulturalitás) è una condizione (passiva) ormai diffusa in tutto il mondo, che spesso si accompagna a società multietniche.
Una buona competenza interculturale si caratterizza per: pazienza e comprensione per gli altri; consapevolezza sui propri limiti conoscitivi; preparazione a situazioni interculturali (liberandosi da pregiudizi e stereotipi); predisposizione alla cooperazione tra diversi; forte senso dell’identità propria e rispetto di quella altrui.

Capire usi e costumi di altri popoli (cioè acquisire competenze interculturali e sviluppare empatia verso gli starnieri) è sempre più importante, soprattutto negli scambi commerciali. Del resto, la propria cultura è riconoscibile veramente solo dal rapporto con le altre culture.
Proviamo dunque a fare un confronto tra Italia e Ungheria (triangolato con la Germania), nella cultura e negli affari.

Guardano la scarsa diffusione di corsi e libri sull’argomento, gli italiani sembrano poco interessati a questi aspetti e si affidano più alla spontaneità che all’organizzazione, anche negli affari. Comunque, secondo la ricercatrice Caterina Cerutti, che ha studiato il partenariato commerciale italo-tedesco, italiani e tedeschi si compeltano a vicenda, i primi caratterizzati dall’eloquenza (creatività, inventiva) e i secondi dalla precisione (affidabilità).
A livello culturale, grande è l’attenzione alle diversità regionali, mentre la curiosità verso le altre lingue e culture è limitata da un complesso di superiorità (la “genialità” italiana, il “Bel Paese”).

Gli ungheresi, invece, specie negli affari, sembrano più attenti alle altre culture. Hanno preso dai loro vicini (e fino a un secolo fa, amici-nemici alleati) austro-tedeschi un po’ di capacità di pianificazione e di orientamento al risultato. Secondo Lewis, però, per ottenere successo gli ungheresi seguone strade diverse dai tedeschi: questi sono freddi e calcolatori, disciplinati e programmati; i magiari invece sono più fantasiosi e indisciplinati, non sempre coerenti.
L’attenzione alle altre culture, però, si ferma davanti ai pregiudizi verso le minoranze interne. In particolare, appaiono oscurati i rom (ungh. cigány), statisticamente il 2% della popolazione (sulla base di autodichiarazioni influenzate dalla paura di discriminazioni), ma alcune stime li fanno salire a circa il 10%: una presenza in gran parte stanziale (più che nomadi, i rom sono dunque un popolo senza nazione).

Quali differenze tra italiani e ungheresi? 
Prendo in prestito due macrocategorie della sociologia anglosassone: Low Contest Culture e High Contest Culture, proposti nel 1976 dall’antropologo Edward T. Hall.
Alla prima categoria appartiene il tipo di comunicazione dove è più importante il contenuto; alla seconda categoria, quella dove è più importante la relazione. Non che una sia migliore dell’altra: dipende dalle situazioni. Se si stanno trattando affari, il rilievo andrebbe dato al contenuto degli accordi. Se coltiviamo uno scambio culturale, la relazione è l’aspetto decisivo.
I paesi del nord Europa e quelli anglosassoni sono classificati tra quelli Low Contest Culture. I paesi del sud Europa, del sud Amercia, ma anche dell’estremo oriente (Cina, in particolare) rientrano tra quelli High Contest Culture. Non si tratta certo di raggruppamenti omogenei: all’interno di essi abitudini, etichetta, riti e tabù possono essere molto diversi, o addirittura avere significati opposti.
Comunque, italiani e ungheresi appartengono entrambi al modello High Contest Culture e le differenze, mi pare, riguardano aspetti marginali: gli ungheresi sono più attenti alle forme e più composti (almeno inizialmente) nelle relazioni interpersonali; gli italiani abbondano in comunicazione non verbale (gesti, prossimità) e spesso trascurano la chiarezza nel contenuto comunicativo.

A proposito di interculturalità, azzardo una conclusione.
In Ungheria, la conoscenza delle lingue straniere, e relative culture, è più sviluppata, mentre l’attenzione verso le diverse culture all’interno appare insufficiente e segnata da pregiudizi (oltre che da rivalità con i popoli confinanti).

Il contrario in Italia: risultano carenze nell’azione interculturale verso l’esterno, che invece è ben presente verso l’interno, grazie alle forti identità regionali (a volte, in competizione).