venerdì 23 ottobre 2015

Víszlát, Magyarország? (Arrivederci Ungheria?)

Sospendo l'aggiornamento di questo blog, a tempo indeterminato. Per quest'attività, piacevole e impegnativa (spesso dietro un breve post ci sono lunghe letture e laboriose ricerche), serve una spinta propulsiva, che ora è venuta a mancare.

Un primo motivo è che l'attuale politica ungherese (e di altri paesi dell'Est) sta oscurando lo spazio multiculturale europeo. L'Europa sarà multiculturale o non sarà, ne sono convinto.
Invece, Orbán Viktor (che alcuni ungheresi sarcasticamente chiamano “Viktator”) teme l'immigrazione come una pericolosa contaminazione, e la respinge addirittura in nome della “difesa della radici cristiane dell'Europa” (ma in modo opposto agli appelli di Papa Francesco su accoglienza e misericordia).
Insomma, il governo ungherese sembra percorrere all'incontrario il percorso che ha portato l'Ungheria ad integrarsi in Europa. Orbán critica le “democrazie liberali”, lancia accuse all'Europa occidentale, e nel contempo fa accordi con Putin e simpatizza per il dispotismo asiatico di “successo” (Singapore, Corea ecc.). Inoltre, in quasi tutta Europa, ricca Svizzera compresa, i centristi moderati sposano politiche della destra xenofoba.
Ne sono allarmato.

Un secondo motivo, forse più decisivo, è la bassa reattività della società civile e dell'intellettualità ungherese e italo-ungherese.
Un piccolo esempio è la reazione al mio post del 16 settembre (Szívtelen Magyarország?). Una lettrice mi ha gratificato, ringraziandomi per un post scritto col cuore e la ragione. Un'altra lettrice ha espresso il parere opposto, sostenendo le posizioni anti-immigrati. Ma mi aspettavo più commenti, anche critici.
Un esempio maggiore è la reazione degli intellettuali: l'italiano Claudio Magris ha sottoscritto un messaggio-appello (su Sette, supplemento del CdS) per un'Europa civile e accogliente; un'articolo dell'italoungherese Giorgio Pressburger ha ricordato il proprio esodo dall'Ungheria (su Repubblica); alcuni direttori di giornali di tutta Europa, tra cui il direttore del quotidiano ungherese Nép Szabadság, hanno lanciato un appello per un'Europa più coraggiosa e aperta. Oltre all'intervista della filosofa ungherese Heller Agnés su Repubblica (post del 25 agosto '15), nulla più.
Ne sono amareggiato.

Eppure, nella storia dell'Ungheria ci sono risposte ai problemi di oggi. I magiari, che non sono un'etnia (somaticamente non li distinguo dagli italiani) ma una nazione fondata su lingua e cultura originali, sono stati capaci di mischiarsi ad altri popoli, assimilandoli (a volte forzandoli con la “magiarizzazione”): dai cumani (kun) nel XIII secolo fino a sassoni e svevi (szászok és svábok) nel XVIII secolo. Ne sono ancora testimonianaza, tra l'altro, la diffusione di cognomi come Tóth (slovacco/slavo), Horváth (croato), Németh (tedesco), Oláh (romanico), Rácz (serbo), Kun (cumano) e, addirittura, Török (turco).
Battersi per la multiculturalità, adottando politiche interculturali, per i piccoli popoli significa battersi per la propria sopravvivenza. E l'UNESCO ricorda che la diversità culturale è un bene prezioso da salvaguardare al pari della biodiversità.

Se in Europa, o in parte di essa, torna l'oscurantismo, ci aspettano tempi bui. Il mese scorso il Presidente italiano, Sergio Mattarella, di fronte ai “duri” dell'Est Europa ha detto: “Siamo di fronte a fenomeni epocali, che vanno affrontati con scelte lungimiranti. Non è possibile farlo con la chiusura delle frontiere o con il filo spinato. Sono soluzioni illusorie. I fenomeni migratori possono essere governati e regolati. Ma non possono farlo i singoli Paesi da soli. Serve l'Ue nel suo complesso”.
Ho fiducia negli anticorpi della civiltà europea, libera e democratica, anche se i nazionalismi e i fondamentalismi alimentano quella “terza guerra mondiale a pezzetti” di cui parla papa Francesco; pertanto prevedo tempi lunghi.

Nel frattempo, poiché la politica ha invaso il campo della cultura, salvaguardo la mia salute (in passato mi è capitato di fare il Don Chisciotte e ne ho pagato il prezzo) e sospendo la parola scritta.

PS: naturalmente continuerò ad appassionarmi a lingua e cultura magiare. E, se mi chiamerà un'associazione italo-ungherese o una biblioteca, sarò ancora ben lieto di parlarne, presentando il mio libro bilingue di proverbi ungheresi. Arrivederci?

lunedì 19 ottobre 2015

Ungheria ’56 (Ruspanti)


Il 23 ottobre (rivoluzione del 1956) è una delle più importanti feste nazionali ungheresi, assieme al 15 marzo (rivoluzione del 1848) e al 20 agosto (incoronazione di Stefano I, fondatore dello stato magiaro). Ma anche la più controversa. Forse è un periodo ancora troppo vicino per un'analisi storica corretta, condivisa da tutti.

Fino al 1989 il regime socialista definiva gli eventi del '56 una “controrivoluzione”, pur ammettendo gli errori del precedente periodo stalinista che sarebbbero stati corretti. Ma dopo la caduta del muro, la giusta rivalutazione di quella rivoluzione fallita è stata anche strumentalizzata per colpevolizzare qualsiasi politica sociale.

Roberto Ruspanti ci aiuta a comprendere quegli eventi con un breve ma intenso saggio presentato a un convegno a Udine nel marzo di quest'anno. Il saggio è scaricabile per intero.

La sua lettura è ricca di informazioni sul prima e sul dopo la rivolta di Budapest del '56, di cui cade il 60° anniversario il prossimo anno.

Inoltre, oggi a Roma, il CISUECO diretto da Ruspanti invita tutti gli interessati alla proiezione del film su Imre Nagy (ore 17 all'Univ. ROMA TRE, aula 18 pt, via Ostiense, 234).



martedì 13 ottobre 2015

Paczolay: proverbi in 10 lingue.

L'infaticabile Paczolay Gyula (85 anni), paremiologo ungherese di fama mondiale, ha dato alle stampe una nuova raccolta multilingue di proverbi: Többnyelvű szólás- és közmondás- gyűjtemény (Tinta Könyvkiadó, 2015). Me ne ha fatta pervenire una copia.
Si tratta di 340 detti e proverbi ungheresi con equivalenti in inglese, estone, francese, tedesco, italiano, polacco, portoghese, spagnolo e latino. Questo recita il sottotilo di copertina: in realtà all'interno troviamo a volte anche il giapponese (translitterazione).
Inoltre, spesso (soprattutto in italiano) ci sono varianti o altri equivalenti.
Il libro è corredato, oltre che dalle fonti bibliografiche (tra cui anche la mia raccolta, che viene citata nel 50% dei casi), di un'indice in inglese delle parole-chiave per la ricerca dei proverbi.

Questa ulteriore raccolta testimonia come le basi culturali delle lingue europee (e non solo) abbiano antiche radici comuni, che sarebbe bene non disperdere bensì rafforzare, salvaguardando le diverse identità tramite un'azione interculturale.

Ecco un esempio tratto dalla raccolta di Paczolay.

Magy - A hazugot hamarabb utolérik, mint a sánta kutyát.
Eng - Lies have short legs.
Est - Valel on lühikesed jalad.
Fre - Les mensonges ont les jambs courtes.
Ger - Lügen haben kurze Beine.
Ita - Le bugie hanno le gambe corte.
Pol - Kłamstwo ma krótkie nogi.
Por - Mais depressa se apanha um mentiroso do que um coxo.
Spa - La mentira tiene piernas cortas.
Lat - Mendacium non habet pedes.
Jap - Uso-wa ittoki.

mercoledì 7 ottobre 2015

Altri personaggi ungheresi.

Come ho anticipato, integro con le segnalazioni dei lettori la lista dei personaggi ungheresi noti nel mondo (v. post del 22 giugno '15). Un elenco di 395 personaggi in ordine alfabetico, ma anche in ordine di notorietà (con criteri personalissimi, ma non ce ne sono di oggettivi su cui convergere a livello internazionale), cui ora si aggiungono altri 35 nominativi.

In realtà, ho ricevuto anche altri nominativi di persone i cui genitori erano ungheresi: ad esempio gli attori Tony Curtis e Peter Falk. Ma il mio elenco si limita a chi è nato nel bacino carpatico oppure ha compiuto opere o imprese in quella terra. Altrimenti, la ricerca si sarebbe allargata troppo, inserendo anche persone come l'ex presidente francese Nikolas Sarkozy, il cui padre era ungherese.

Tra i nuovi personaggi inseriti nella lista (ora di 430 nominativi), spicca l'economista ungherese, naturalizzato britannico, Nicholas Kaldor (Káldor Miklós), cui ho assegnato un valore 2 per notorietà. È stato uno dei massimi esponenti della scuola post-keynesiana e, già nel 1971, in un articolo spiegava perché l'euro – se adottato prima dell'unione politica – avrebbe fatto collassare il sistema.
E chi non ricorda il film del 1932 Tarzan l'uomo scimmia? Ad intepretare Tarzan fu chiamato uno dei più grandi nuotatori della storia sportiva, Johnny Weissmuller, di origine ungherese.

Continuate a segnalare!
Ricordatevi però che l'ordine di notorietà (punteggio da 5 a 1, che non è una scala d'importanza) è una mia scelta basata su criteri personali (la presenza in rete, la persistenza nel tempo, l'eco – anche se negativo – di opere e azioni ecc.), anche perché non esistono attualmente criteri oggettivi a livello internazionale su cui convergere.


giovedì 1 ottobre 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1030).

Aki hazudik, az lop is (chi mente, ruba anche), modo di dire ungherese corrispondente all'italiano: chi è bugiardo è ladro (in latino “mendax est fur”). Da notare che, in ungherese, menzogna e bugia (hazugság) sono sinonimi, mentre in italiano la bugia in genere indica una mancanza meno grave della menzogna.
È un proverbio che dà un giudizio etico apparentemente inappellabile: guardatevi da chi vi dice il falso, poiché potrebbe anche derubarvi! E se guardiamo allo spazio pubblico, dove operano politici e manager, non c'è dubbio che in molti casi ciò risulti vero. Hannah Arendt notava che “l'abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche, e le bugie sono sempre state considerate strumenti giustificabili negli affari politici (La menzogna in politica, Marietti, 2006).

Ma anche i proverbi vanno intesi con giudizio, non si applicano a tutte le situazioni. Insomma, dipende… (“da che punto guardi il mondo tutto dipende”, dice una canzone di Jarabe de Palo).
Dipende dal contesto e dipende dal punto di vista.
Tutti noi, fin da piccoli, abbiamo detto bugie: a volte a fin di bene, a volte per il nostro esclusvo interesse (compreso il far del male ad altri). Dovremmo avere la consapevolezza di saper distinguere… E capire che, forse, c'è un legame dialettico: non c'è verità senza falsità, come non c'è vita senza morte.

Filosofia della bugia e storia della sincerità sono intrecciate, come argomenta l'interessante saggio di Andrea Tagliapietra (Filosofia della bugia, Bruno Mondadori, 2008). Nell'introduzione di questo libro si afferma che “la funzione critica della verità… assomiglia… alla funzione creativa della bugia. (…) La verità critica nega il mondo 'così com'è', della consuetudine dei saperi e dei poteri, la bugia critica inventa il mondo 'così come dovrebbe essere', ma intanto anch'essa nega alla radice il mondo che c'è e il suo dominio. Dalla prima nasce la filosofia come tradizione critica, dalla seconda nasce la grande letteratura come avventura nei mondi possibili, come viaggio in utopia”.

Non bisogna arrivare ad elogiare la menzogna, ma bisogna pure guardarsi da chi “ha la verità in tasca”.

venerdì 25 settembre 2015

Cose da sapere sull'Italia.

Ho già riportato alcuni consigli per chi vuole recarsi in Ungheria (v. post del 7 agosto '15).

Ora propongo alcuni elenchi di cose da sapere per chi, ungherese, vuole venire a visitare l'Italia. 
 
Un elenco di luoghi comuni (közhelyek) sugli italiani, in parte fondati, era stato elaborato e analizzato nel 2007 sul sito di RAI International:
- cantano
- mangiano pasta
- vivono di arte
- sono cattolici
- devono fare i conti con mafia e terrorismo
- sono appassionati di calcio
- bevono il caffè
- sono poveri.

Un altro elenco di luoghi comuni (infondati?) è stato elaborato di recente dal Ministero dello Sviluppo Economico (in occasione del World Economic Forum del 2015): uno spot pubblicitario – Italy the Extraordinary Commonplace – per sostenere che “l'Italia non è solo cibo, vino, moda e design, ma anche un produttore di beni tecnologici, secondo esportatore europeo nel settore meccanica e dell'automazione” (una volta gli italiani si autoelogiavano dipingendosi come “un popolo di santi, poeti e navigatori”).
Ecco l'elenco:
- pizza makers
- latin lovers
- party addicts
- gesticulators
- eternal children
- food enthusiast
- dolce vita lovers
- football maniacs.

Insomma, gli italiani non sono “mafia, pizza e mandolino”, e neppure “scansafatiche e inaffidabili” o inguaribili “dongiovanni”, come ancora certa pubblicità o certi titoli ad effetto dei rotocalchi popolari si ostinano a rappresentare.

I soliti americani propongono 11 cose da sapere prima di venire in Italia (11Travel Trips Italians Want You To Know, di Lisa Condie, blogger dell'HuffPost USA, settembre 2014):
1. cena: tra le 19.30 e le 21
2. pelle: non mostrata così tanto
3. pane: non viene servito con olio o aceto balsamico (se non si tratta di amercani)
4. semplifica il tuo programmatore
5. chiuso di pomeriggio
6. taxi: non si chiamano per strada
7. si parla italiano
8. coperto: importo per persona a tavola (mancia non necessaria)
9. chiedi il conto (non arriva automaticamente)
10. rallenta, non puoi vedere tutto
11. sorridi, è un paese che ha ispirato i visitatori per secoli.

Abbastanza stereotipato anche il recente elenco di 10 cose sull'Italia che scioccano i turisti la prima volta, su un sito inglese: il rumore; il menù complesso; la colazione poco saporita; gesticolare con le mani; la devozione alla famiglia; le carreggiate strette; la mancanza di spazio personale; la pausa pranzo; il caffè; la vita lenta.
Prima di arrivare ai miei consigli per ungheresi in Italia, alcune avvertenze.
Non esiste l'italiano-tipo (quello proposto da cinema o tv nel mondo – facilone, gesticolatore, furbo nell'arrangiarsi – è la versione stereotipata di alcune maschere” del centro-sud).
Non esistono usi e costumi generalizzabili (quelli creduti dagli stranieri sono pregiudizi, spesso negativi).
L'Italia ha una eterogeneità culturale unica in Europa. Ci sono 20 regioni, 22 famiglie di dialetti – (anche diversissisimi tra loro e che si differenziano ulteriormente zona per zona): aggiunte alle altre lingue non italiane, si arriva a 36 lingue diverse (dato Ethnologue 2013).
L'Italia è il paese dei molti campanilismi e dal territorio estrememente variegato: caratteristiche che, assieme all'essere stata per secoli crocevia europeo di tanti popoli diversi, hanno determinato una grande diversificazione culturale.

Ecco dunque i miei personalissimi consigli (tanácsok).
Tralascio quelli soliti che si danno a chi viaggia (documenti, soldi, orari ecc.) e cerco di evitare stereotipi e pregiudizi (v. post del 7 gennaio '14, 23 marzo e 20 maggio 2015).

a) Scoprite il genius loci” in sagre e feste. L'Italia, specie d'estate, è percorse da sagre o fiere (dall'aglio alla zucca), pali (non solo Siena), feste patronali (con relative processioni dove il cattolicesimo ha incorporato i riti pagani). Ecco un sito che può aiutare a trovare quella più vicina.

b) Fate conoscenze. È facile fare conoscenza con gli italiani, ospitali e accoglienti (specie al centro-sud). Fatte le presentazioni di rito, si può passare a darsi del tu e anche a frequentarsi.

c) Cercate il cibo da strada (street food). L'Italia è il paese della pasta (e del caffè), ma è anche il paese del pane. Si trova in svariate varietà e in versioni adatte come cibo da strada (da solo o col companatico): focaccia, grissino, piadina, gnocco fritto ecc. Cibo semplice e gustoso.

d) Evitate gli orrori culinari. Gustate l'enogastroomia italiana come si deve (il ketchup sulla pizza no!), facendovi consigliare ed evitando i 10“orrori”elencati dall'Accademia Barilla.

e) Chiedete prima il prezzo. Nei ristoranti, nei negozi o al mercato, chiedete prima i prezzi, per non rischiare fregature (accadono, ahinoi!). Potete anche mercanteggiare sul prezzo, come consiglia anche un detto ungherese: alkudj czigányosan, fizess becsületesen (mercanteggia al modo zigano, paga onestamente).

f) Scoprite l'ignoto. Dimenticate i luoghi comuni o gli sereotipi e non limitatevi alle attrazioni principali. L'Italia ha il più grande patrimonio culturale nel mondo (anche se insufficientemente valorizzato): oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici, 51 siti Unesco. Prima di partire, selezionate l'itinerario, ma, se avete tempo, lasciatevi guidare dalla curiosità della scoperta casuale.

Eccoci ai souvenir italiani (olasz emlékezik).
Evitare, se possibile, i negozi per turisti e fate attenzione al taroccamento (hamisítás)!
Consiglio innanzitutto i souvenir enogastronomici, le specialità locali: vini, aceto balsamico, olio di oliva, formaggi, salumi e conserve, dolci e biscotti, che si possono acquistare anche direttamente dal produttore. E ricordatevi di assaggiare il gelato artigianale italiano!
Poi i prodotti artigianali: ogni Regione ne ha di originali, dal vetro alle pelli, dal legno a pietre e metalli, dalle ceramiche alle terracotte, dai merletti ai ricami. Anche in questo caso, cercate di acquistare direttamente dall'artigiano.

E poiché noi italiani non ci facciamo mancare un po' di autolesionismo, ecco in sintesi una fotografia impietosa dei limiti dell'Italia, secondo il Censis (48° rapporto sulla situazione sociale del paese nel 2014): italiani vulnerabili (crisi economica), capitale umano dissipato (bassa occupazione), ceto medio corroso (più diseguaglianze e meno inclusione), famiglie a consumo zero, sempre meno figli, investimenti ai minimi, riforme fallimentari.

Infine, un po' d'ironia nell'”ABC dello stile italiano” di Massimo Guadalupi a questo link.

lunedì 21 settembre 2015

Hungarikum: marchio per le tipicità ungheresi .

Ho già scritto del marchio italiano che farà riconoscere l'Italian Taste (v. post del 4 giugno 2015).

Un'iniziativa analoga c'è in Ungheria, ma più ampia: Hugarikum. Con questo nome (traducibile con specialità ungheresi”), in passato usato senza criteri determinati, sono individuati (in base ad una legge del 2012) sia i prodotti tipici enogastronomici che le eccellenze ambientali-culturali.
Insomma, tutto ciò che è caratteristico e tipicamente ungherese è Hungaricum (combinazione delle parole Hungaria e unikum), ripartito in 8 raggruppamenti:
- personaggi ungheresi (magyar személyek)
- creazioni artistiche (művészeti alkotások)
- invenzioni, creazioni (találmányok, alkotások)
- specialità [ungheresi] etnografiche (néprajzi hungarikumok)
- cibo (élelmiszerek)
- animali indigeni e allevati (őshonos és nemesített állatok )
- piante autoctone e allevate (őshonos és nemesített növények )
- paesaggi (tájegységek ).

Ecco alcuni dei più noti Hungarikum.
Enogastronomia e animali
- amaro Unicum
- bovino grigio (szürke szarvasmarha)
- dolci e marzapane (kürtőskalács és Szabó Marzipan)
- maiale mangalica (mangalica sertés)
- pálinka (grappe di frutti vari, alcool 37,5-86%)
- paprika (polvere rossa di peperoni)
- salame Pick o Hertz
- salsiccia di Békéscsaba o di Gyula (csabai v. gyulai kolbász)
- snak Túró Rudi
- vino Tokaji aszú
- vino Sangue di toro (Bikavér)
- zuppa del mandriano (gulyásleves)

Artigianato e folklore
- ballo csárdás
- cane Puli
- cane Viszla
- costume del cavallaio (Csikós ruha)
- cubo di Rubik (bűvös kocka)
- merletti di Halas (halasi csipke)
- porcellana di Herend (herendi porcelán)
- ricamo di Kalocsa (hímzés Kalocsai)
- orchesta sinfonica dei 100 gitani (100 Tagú cigányzenekar)
- scuola di Kassa di arciere a cavallo (Kassai-féle lovasíjász módszer).

Dove trovare i sapori ungheresi (magyar ízek) della lista enogastronomica?
Oltre alle città citate, se siete a Budapest dovete assolutamente andare al mercato coperto, Vásárcsarnok, in Vámház körút 1 (in fondo alla via dei turisti, Váci utca).

mercoledì 16 settembre 2015

Szívtelen Magyarország? (Ungheria senza cuore?)

Menekültek Európába jönnek gondolva, hogy civilizációt, demokráciát, szolidaritást találnak. Ellenben Magyarországot találnak.
Sono un magiarofilo, attratto da lingua e cultura magiare. Ciò è avvenuto per caso (sei anni fa ho conosciuto un gruppo di giovani ungheresi arrivati in Italia per trovare lavoro).
Avrei potuto essere turcofilo o cinesofilo, se avessi incontrato altri stranieri. Ogni cultura contiene una ricchezza originale che può attrarre.
Questa passione si è tramutata nel mio libro sui proverbi ungheresi e in questo blog per alimentare l'amicizia tra i due popoli, facendo conoscere di più l'Ungheria di cui si parla poco in Italia.

Ma oggi l'Ungheria è all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale.
Forse solo nel 1956 l'Ungheria fu così spesso sulle prime pagine dei giornali, ma per un evento di tutt'altra portata (la rivolta popolare contro il regime socalista).
E forse fu solo verso la fine del IX secolo d.c. che gli “Ungari” (così li chiamavano) non avevano un'immagine così negativa, pur intrisa di ammirazione: “Salvaci Signore nostro dalla frecce degli Ungari”, si pregava allora contro le invasioni di quegli spietati ma abili guerrieri.
Oggi l'immagine dell'Ungheria è quella delle posizioni “xenofobe” (definizione data dall'editorialista del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, 8 settembre 2015 ) del governo di Budapest, guidato da Orbán Viktor. Addirittura il cancelliere austriaco Werner Fayman ha paragonato la gestione ungherese dell'emergenza profughi al nazismo: “Stipare i rifugiati nei treni e mandarli in luoghi completamente diversi da quelli che essi credono ci ricorda i più bui capitoli della storia del nostro continente”. Dopo le immagini di lacrimogeni e idranti usati dalla polizia ungherese contro i migranti alla frontiera chiusa Ungheria-Serbia, il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha commentato: “Sono scioccato nel vedere come alcuni migranti e rifugiati sono trattati, non è accettabile. È gente che scappa da guerra e persecuzione e deve essere trattata con dignità umana” (emberi méltóság).

Insomma, il partito al governo in Ungheria, Fidesz – pur facendo parte, nel Parlamento dell'UE, dello stesso raggruppamento della CDU (il partito di Angela Merkel), il Partito Popolare Europeo – sembra appiattito sulle posizioni del gruppo di estrema destra Jobbik.
Ieri quasi nessuno sapeva che l'Ungheria è stato il primo paese ad abbattere il muro che divideva Est/Ovest. Oggi tutti sanno che l'Ungheria è il primo paese a costruire un muro di separazione Nord/Sud. Oggi verso la Serbia, domani verso Croazia e Romania. Quasi un isolamento dall'Europa.

Quando avevo poco più di due anni i miei genitori sono emigrati dal Sud al Nord Italia: per anni ho percepito il disprezzo di chi ci considerava indesiderati “terroni” (insulto razzista).
Quasi sempre i 27 milioni di italiani emigrati nel mondo tra il 1876 e il 1976 sono stati male accolti, oggetto di pregiudizi e discriminazioni, che hanno causato sofferenze individuali e generato scontri sociali. Poi l'integrazione ha prevalso e le società più “altruiste” hanno avuto i maggiori benefici.
Perciò io sono xenofilo, cioò favorevole all'integrazione di ogni cultura, di ogni popolo, pur sapendo che l'opinione pubblica mondiale è divisa su ciò: la xenofobia è diffusa a tutte le latitudini ed è causa di gravi conflitti sociali.

Certamente servono regole certe ed efficaci (distinguere, senza discriminare, profughi e migranti economici). L'Europa non ne ha di adeguate al fenomeno epocale dell'immigrazione (comunque, di dimensioni inferiori a quella del Novecento, quando nel solo periodo della 2° guerra mondiale, emigrarono 16 milioni di europei; negli ultimi cinque anni sono stati 2 milioni gli immigrati in Europa), ed è divisa. La scelta di alcuni paesi dell'Unione Europea (Európai Unió), in particolare Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania, di sottrarsi ai doveri di solidarietà (szolidaritás) – oltre che di ignorare il diritto d'asilo (menedékjog), uno dei diritti umani fondamentali – appare una chiusura inutile quanto controproducente.

Giova ricordare che nel 2014 (fonte UE) l'Ungheria ha versato all'Unione Europea circa 1 miliardo di euro (l'Italia quasi 16) e ne ha ricevuti quasi 6 (l'Italia 12,5): questa è una forma, economica, della solidarietà .
E giova ricordare che l'immigrazione (bevándorlás) non è un grande problema in Ungheria, dove gli stranieri sono il 2% (in Italia l'8%). Finora, quest'anno, sono stati poco meno di 200mila i migranti giunti in Ungheria, terra di transito e non meta finale: un numero gestibile (al Sziget Festival sono state gestite oltre 400mila persone in otto giorni). Anzi, l'Ungheria ha il problema dell'emigrazione (kivándorlás), che – assieme alla bassa natalità – sta riducendo la popolazione.

Ci sono problemi politici (che Europa vogliamo), ci sono problemi economici (ma le politiche anti-immigrazione costano più dell'accoglienza), ma soprattutto ci sono problemi culturali.
Però ciò che mi ha più colpito è l'apparenza mancanza di umanità nell'accoglienza dei migranti in Ungheria da parte delle forze dell'ordine (rendőrség) e da parte di alcuni settori della società (disgustose le immagini della reporter ungherese che prende a calci i profughi mentre li riprende con la telecamera, e preoccupanti quelle della polizia che butta alimenti ai migranti rinchiusi in un recinto). Comprensibile è dunque il sarcasmo della vignetta di Ellekappa che riporto a fianco, pubblicata da Repubblica.
D'altra parte, so che una parte dell'opinione pubblica magiara si è schierata per l'accoglienza: semplici cittadini che hanno manifestato sotto lo slogan Az én nevemben ne (non in mio nome) o hanno dato aiuto e assistenza ai migranti (siriani, irakeni e afgani in gran parte), associazioni come Migration Aid, giornali e movimenti.

In un articolo sulla Stampa, l'esperto Bruno Ventavoli (19 giugno '15) cercava di comprendere, senza giustificare, le posizioni dure del governo ungherese. I magiari sarebbero spaventati dalla sindrome dell'assedo e il nazionalismo è anche paura di sparire.
Ma le scelte del governo ungherese (ultima la decisione di mettere in prigione fino a tre anni chi attraversa illegalmente il confine, anche se profugo di guerra) non fanno che alimentare queste vecchie paure alla ricerca di un'identità unidimensionale.
L'antropologo e psicanalista, Georges Devereux (1908-1985; nato ungherese come Győrgy Dobó, poi naturalizzato francese), fondatore dell'etnopsichiatria moderna, metteva in guardia dal “rischio dell'identità”. Intravedeva la tendenza a limitare l'identità ad un solo aspetto (essere musulmano, ebreo, nero ecc.) come riduttiva della molteplicità che compone la storia di una persona (e, aggiungo, di un popolo).
In tutto il mondo, non solo in Ungheria, c'è il problema dell'atteggiamento verso l'Altro, il diverso da noi (un tempo risolto violentemente con le invasioni e le guerre d'aggressione).
Secondo lo psicanalista greco Sarantis Thanopulos “non è esatto dire che abbiamo paura dello straniero dentro e fuori di noi. Siamo diventati stranieri a noi stessi”.
Dopo la foto del picclo Aylan, morto annegato su una spiaggia turca, il mondo si è interrogato sulla sua umanità (jóérzés) e ha cambiato verso: l'umanità (emberség) non può chiudere gli occhi di fronte alla realtà, il fenomeno dell'immigrazione va accettato e governato.

No, l'Ungheria non è il cuore nero” dell'Europa (cosa sono qualche centinaia di migliai di voti per Jobbik a confronto dei milioni di voti per il Front National in Francia?). Ma il governo ungherese appare senza cuore, in lingua magiara si dice szívtelen, che significa anche “disumano”.
Invece il popolo ungherese è umano e ospitale, come gli italiani e tanti altri popoli, e saprà ritrovare la strada giusta, ricordando il monito che mille anni fa il primo re ungherese, Stefano I, scrisse per suo figlio Imre: unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragile est (debole e caduco è il regno che possiede una sola lingua e unici costumi). 
 
PS: anche qui tira una brutta aria. La Regione Lombardia, guidata dalla Lega Nord, ha deciso di penalizzare economicamente gli albergatori che ospitano (legalmente!) gli immigrati. E ci sono lombardi per i quali io sono ancora un terrone”...