domenica 11 gennaio 2015

Io sono Charlie. Én is vagyok Charlie.

Oggi a Parigi una folla straordinaria – di vario orientamento politico e religioso, di varie nazionalità ed etnie – manifesta per la pace e contro il terrorismo, in solidarietà alle vittime francesi (i giornalisti di Charlie Hebdo e i due polizziotti prima, i clienti di un negozio ebraico poi).
Vorrei essere là, perché mi sento colpito direttamente (anni fa anch'io ho fatto vignette, per esprimere, più direttamente di un lungo ragionamento, la mia critica a certe ingiustizie).

Ci sarà gente comune e ci saranno capi di stato e di governo: dalla Merkel a Cameron; per l'Italia c'è Matteo Renzi, per l'Ungheria Orbán Viktor. Alcuni di questi leader, forse, non apprezzano la satira irriverente di Charlie (che ha sempre preso di mire l'errore, non l'errante, e che apprezzo dai tempi dei primi Linus, Frigidaire e altre riviste comico-satiriche degli anni '70), ma l'ipocrisia è comunque un omaggio alla virtù.
La virtù della libertà di parola (szólászabadság), la virtù della laicità (világiasság), cioè la concezione di uno Stato senza dogmi, dove politica e religione sono separati.
Chi rappresenta questa visione del mondo viene considerato un nemico dal fondamentalismo religioso, islamico in questo caso. Ma non dimentichiamo che il terrorismo trova seguaci anche nelle nostre società, che il fanatismo è agevolato da disegualianze sociali e discriminazioni xenofobe. E anche dall'ipocrisia dei governi democratici che non criticano paesi come l'Arabia Saudita, dove un blogger (Raef Badawi) è condannato a 10 anni di galera, 200mila dollari di multa e mille frustate (50 ogni venerdì, in pratica una morte lenta tramite tortura), solo per le sue parole critiche.

Come se ne esce?
Non limitandosi a chiedere più sicurezza (per la quale l'UE potrebbe fare senz'altro meglio, se integrasse polizie e intelligence), ma rendendo più effettivi quei principi scolpiti oltre due secoli fa in Francia: liberté, égalité, fraternité.
Se ne esce anche con il dialogo interculturale, che non significa semplice tolleranza di una società multiculturale, ma confronto e critica tra identità che si mettono in gioco e considerano la diversità una ricchezza.