lunedì 20 gennaio 2014

Giornata della memoria.



Busto di Perlasca (Budapest)
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa sovietica, alleata degli anglo-americani, abbatte i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz (Polonia), quello con la cinica scritta all’ingresso “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). Così il mondo – alla vigilia della definitiva sconfitta del nazi-fascismo - scopre l’orrore della “soluzione finale” nazista: lo sterminio degli ebrei (nei campi trovarono la morte anche altre categorie di prigionieri).
Auschwitz è diventato il simbolo del “lager”, dal 1979 dichiarato “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO, affinché non scompaia la testimonianza terribile dell’olocausto (shoah in ebraico).
Nel 2000 l’Italia ha stabilito in quella data il “giorno della memoria”, che quest’anno si celebra per la 14° volta, affinché – tramite incontri, cerimonie e momenti comuni di rievocazione dei fatti e di riflessione su quanto accadde nei campi di concentramento nazisti – anche le nuove generazioni dicano “mai più!”.
La legge 221 del 2000 vuole anche ricordare “coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Anche in Ungheria si ricorda la giornata internazionale della memoria dell’olocausto (holokauszt nemzetközi emléknapja). Il titolo onorifico israeliano di “Giusti tra le nazioni”, per commemorare i non ebrei che aiutarono gli ebrei a sfuggire allo sterminio, è andato tra gli altri a 791 ungheresi e 524 italiani.

Questo blog partecipa alla “giornata della memoria” (ungh. emléknapja), ricordando le storie di due figure esemplari.

Giorgio Perlasca, commerciante comasco; durante la 2° guerra mondiale si trovò a Budapest e, fingendosi console generale spagnolo, salvò dalla deportazione e dallo sterminio oltre 5mila ebrei ungheresi.
Oltre a un film tv del 2002 (con Luca Zingaretti nel ruolo di Perlasca), ricordano la sua storia almeno 5 libri. Tra questi Giorgio Perlasca, un italiano scomodo (di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero, Chiarelettere, 2010), che contiene un'intervista inedita realizzata nel luglio 1992, poco prima della morte, nella quale Perlasca ripercorre le principali tappe della sua vita.

Aladár Hábermann, medico ebreo ungherese che nel ’33 si trasferì a Busto Arsizio (VA) dove prestò aiuto a profughi ebrei e perseguitati dal nazi-fascismo. Ma sua figlia Anna Maria (nata in Italia da madre italiana) scopre una scioccante storia, che il padre le aveva nascosto fino alla morte per evitarle il dolore: la tragica fine nei lager di nonni, zii e del fratello Tamás. Anna Maria Hábermann ha raccolto documenti e ne ha fatto un libro, Labirinto di carta (Proedi, 2010; Domszky Emöke ha tradotto dall’ungherese l’epistolario famigliare). Parte del materiale era già stato pubblicato a Budapest come “il libro di Tomaso” (Tamás könyve, Kieselbach, 2009), diventando anche un film-documentario ungherese.
La vicenda è diventata poi uno spettacolo, “Hábermann, ultima testimone del silenzio”, messo in scena nel 2010 dalla compagnia del Teatro Sociale di Busto Arsizio.
Il personale viaggio della memoria – attraverso lettere e documenti della sua famiglia ungherese, quasi totalmente annientata nei lager – ha condotto Anna Maria Hábermann (medico nonché pianista) a scrivere già nel 2001 il romanzo d’esordio L’ultima lettera per Tibor (Giuntina, 2001), una delicata storia d’amore sullo sfondo della rivoluzione ungherese del 1956.
La gran mole di documenti raccolti dalla Hábermann in varie parti del mondo sulla diaspora ebraica - parenti, nonché coloro che furono salvati dal padre – sarà probabilmente argomento del prossimo libro. Lo stesso cognome della sua famiglia è frutto di questa storia: a fine ‘800 una legge dell’impero austro-ungarico impose agi ebrei, per avere cittadinanza, di comprarsi un cognome tedesco.

Da segnalare anche l’uscita nei cinema del film di Roberto Faenza “Anita B.”: il dopoguerra attraverso gli occhi di una giovanissima sopravvissuta all’olocausto. Il film è tratto da un romanzo di Edith Bruck (1932), scrittrice ungherese naturalizzata italiana, il cui titolo – “Quanta stella c’è nel cielo” – non è un errore ma il primo verso di un’amara poesia di Petöfi Sándor. Tra gli interpreti, anche l’attrice ungherese ma ormai “adottata” in Italia, Andrea Osvárt, volto dell’Anno culturale italo-ungherese 2013.
Questo film ci ricorda che senza memoria non c’è vita, ma anche la durezza del percorso dalla (esperienza della) morte alla (ricostruzione della) vita.

-          fondazione Perlasca