martedì 7 gennaio 2014

Il carattere degli italiani e quello degli ungheresi.




Europe according to Italy (Yanko Tsvetkov)
“Not enough to be hungarian” (non basta essere ungheresi; ungh. magyarnak lenni nem elég). Era un cartello nel porto di Ellis Island (isolotto di New York), “porta” dell’America nella prima metà del ‘900.  Là gli immigrati del Vecchio continente erano sottoposti a strazianti ispezioni (il posto fu soprannominato “isola delle lacrime”) prima di essere accettati o rimandati ai paesi d’origine.
Quel cartello denota da una caratteristiche degli ungheresi: l’orgoglio.

Il linguista ungherese Fábián Pál (1922-2008), nel suo ancora valido Manuale della lingua ungherese (Tankönyvkiadó, 1970), afferma che tra italiani e magiari c’è “affinità di carattere”. L’amichevole dichiarazione deriva probabilmente da affinità letterarie (Rinascimento), nonché da congiunture storiche (Risorgimento), che hanno segnato percorsi comuni tra i due popoli.

Però, interpellando amici italiani e ungheresi sui rispettivi “caratteri nazionali”, raccolgo i seguenti pareri dove le affinità sembrano dissolversi.
Secondo la vulgata ungherese, gli italiani sarebbero estroversi e superficiali, mangiaspaghetti (ma anche mangiagatti), fanatici del calcio, un po’ mafiosi ...
Secondo la vulgata italiana, gli ungheresi sarebbero introversi e malinconici, troppo orgogliosi, sessualmente liberi, gran bevitori ...
Sono “giudizi” che ricalcano luoghi comuni (közhelyek) e cliché. È un modo di “fare di tutta l’erba un fascio” (ungh.: egy kalap alá vesz valakit valakivel, lett. “prende l’uno e l’altro sotto uno stesso cappello”), che non aiuta a capirsi.
È certo che storia, culture e religioni abbiano influenza sull’identità di una nazione (sull’immagine che ha di se stessa o che dà di sé alle altre nazioni), benché non sia chiaro in quale misura. Ed è indubbio che l’ambiente sociale produce comportamenti individuali: un ungherese su un’autostrada italiana schiaccia l’acceleratore, un italiano sull’auto in Ungheria rallenta in prossimità delle strisce; cioè entrambi capovolgono le loro abitudini fuori dal loro habitat.

Però, per rilevare similitudini o meno, sarebbe più corretto riferirsi a “usi e costumi” (szokások és hagyományok) delle due nazioni – pur variabili nel tempo – anziché al carattere (jellem) o alla personalità (személyiség).
Infatti, uno studio internazionale – pubblicato nel 2005 sulla rivista Science – dimostra che non c’è corrispondenza tra elementi di personalità reali e stereotipi nazionali. Questi ultimi possono dare informazioni su una cultura, ma spesso sono errati e alimentano pregiudizi negativi.
Nel 2009 l’UE ha messo in mostra a Bruxelles gli stereotipi nazionali, considerati barriere da abbattere.
Quindi non sembra razionale far derivare il carattere di una persona dalle caratteristiche della nazione cui appartiene, anche perché spesso le relative opinioni derivano da stereotipi (sztereotípiák) e pregiudizi (előítéletek) più che dall’osservazione diretta.

Pregiudizi, e persino stereotipi, sembrano parte ineliminabile (ma non immodificabile) di ogni cultura.
In quanto necessari: non essendo possibile avere conoscenza diretta di tutto e di tutti, ciascuno deve basarsi su giudizi espressi da altri (pre-giudizi, appunto)  per fare un minimo di affidamento su qualcuno.
In quanto utili: nel linguaggio politico come in quello pubblicitario, nella satira come nelle barzellette, “maschere” o “costumi” (jelmez) consentono facili e immediati riferimenti a comportamenti collettivi o individuali.
C’è chi ha dedotto il carattere delle persone dalla lingua che parlano, come il francese Étienne Condillac in un saggio del 1822. E chi, generalizzando, ha affermato “tale la lingua, tale la nazione”, come il danese Otto Jespersen nel 1955.
C’è chi si è divertito a disegnare le mappe degli stereotipi, come il designer bulgaro Yanko Tsvetkov che ha prodotto varie “cartine geografiche” che rappresentano satiricamente i pregiudizi.
Si sono scritti saggi sugli usi e costumi dei popoli.
In parte ancora validi, come nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Leopardi, sul decadimento morale degli italiani.
In parte obsoleti, come nello Spirito delle leggi di Montesquieu, sulla grande influenza del clima sul carattere dei diversi popoli.
Oggi il mondo ha bisogno di apprezzare il bello delle differenze tra le nazioni, i popoli, superando la tradizionale paura dello straniero. Occorrono strategie di convivenza. Non quella del vecchio colonialismo europeo, basata sull’assimilazione. E neppure quella del “nuovo mondo”, basata sulla fusione. Secondo Bruno Mazzara, nel libro Stereotipi e pregiudizi (il Mulino, 1997), serve una strategia di pluralismo culturale, che valorizzi le differenze come possibile arricchimento del patrimonio culturale complessivo. Tra persone di diversa cultura bisogna conoscersi meglio, aumentando le interazioni, sapendo però che – per evitare un possibile aumento delle incomprensioni e dell’ostilità reciproca – servono relazioni lunghe e approfondite, in un quadro interpretativo preventivo che inquadri le nuove conoscenze.

L’argomento di questo post, il carattere degli italiani e quello degli ungheresi, appare dunque tanto inesauribile quanto indeterminabile.

Ricordo che in Italia non mancano neppure cliché regionali: siciliani gelosi, abruzzesi e sardi teste dure, milanesi laboriosi, torinesi aristocratici, liguri avari, bolognesi mangioni, toscani arroganti, romani volgari, napoletani pigri, ecc.
I luoghi comuni sul popolo italiano (olasz nép) sono innumerevoli. Ne segnalo una sintesi, commentata, su un sito culturale della Rai (gli italiani cantano, mangiano pasta, vivono di arte, sono cattolici, devono fare i conti con mafia e terrorismo, sono appassionati di calcio, bevono il caffè, sono poveri).

Circa i luoghi comuni sul popolo magiaro (magyar nép), spero di avere commenti dai diretti interessati. Dalle mie poche conoscenze, posso dire che nella società ungherese ho riscontrato meno ipocrisia e bigottismo che in quella italiana. Forse perché gli ungheresi hanno avuto, grazie alla lingua, un’identità originale per circa un millennio e hanno conosciuto la Riforma protestante (oggi è il 20%,  ma nel XVI secolo quasi tutto il popolo magiaro fu convertito alla fede calvinista o luterana). Invece, il nostro “bel Paese” ha conosciuto solo la Controriforma.
Posso dire anche che uno stereotipo con cui gli italiani vedono l’Ungheria – “il paese delle porno-star”, secondo una delle cartine di Yanko Tsvetkov – è infondato. Deriva forse dalla sovrapposizione impropria di due diverse immagini: quella delle disinibite donne ungheresi (non, per questo, di “facili costumi”) e quella dell’ungherese Ilona Staller (in arte “Cicciolina”), famosa perché negli anni ’80 divenne la prima porno-star al mondo ad essere eletta in un Parlamento, quello italiano (comunque, la moralità della Staller appare superiore a quella di molti politici italiani).

-         Atlas of Prejudice