mercoledì 1 ottobre 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1018).

Babonaságból fordítva veszi fel a harisnyáját, dalla superstizione mette le calze al rovescio. Più che un modo di dire questa espressione ungherese si riferisce a un’usanza scaramantica per scongiurare la malasorte.
La superstizione (babona) non mi sembra molto diffusa tra il popolo ungherese, tranne che nella forma della scaramanzia (ráolvasás). Una situazione simile al centro-nord italiano, mentre nel sud Italia le forme di superstizione (spesso mascherate da religiosità) appaiono più diffuse.
Tornando in Ungheria, se succede di indossare un vestito al contrario lo si lascia così, onde favorire la buona sorte. Nel sud Italia, invece, tale svista è premonitrice di un prossimo invito.
Un’altra usanza scaramantica ungherese è quella di dare una moneta a chi dona coltelli (possono ferire!) per scongiurare eventuali jettature. Usanza simile è diffusa in Italia, dove – quando si ricevono in dono fazzoletti (si possono usare quando si piange!) – bisona “pagarli” simbolicamante con una moneta. Per non parlare poi degli innumerevoli “portafortuna” (szerencsehozó).

Non ci sono molte ricerche etnologiche su tali credenze popolari (considerare una cosa vera, senza evidenza reale, perché fa parte del “senso comune”) che, probabilmente, aiutano ad esorcizzare la paura di forze oscure che influenzerebbero il nostro destino. Tali credenze si diffondono oralmente e spesso si rintracciano nei riti religiosi o nelle favole; queste ultime hanno un’importanza notevole nella cultura popolare ungherese.
Rispetto a proverbi e modi di dire, il lato per così dire razionale e relazionale della “sapienza popolare”, le usanze sopra descritte rivelano invece il lato oscuro, irrazionale e nascosto, dell’agire umano. Non assegno un valore negativo a ciò, ma solamente ne sottolineo l’eccesso di razionalizzazione di chi non si rassegna all’inafferabile “caso” (sors), ma ha bisogno di personificare gli eventi negativi (o quelli positivi) nello jettatore o nel demone maligno, oppure nella dea Fortuna (Szerence-istennő), illudendosi così di poterli combattere o blandire.
Forse è possibile tracciare un confine tra superstizione e scaramanzia, considerando la prima come l’assoggettamento completo a forze sovrannaturali insodabili, e la seconda come una forma di (auto)rassicurazione. Si tratta, in entrambi i casi, del tentativo di immaginare un qualche ordine in ciò che che appare solo come caos determinato dal caso. Piuttosto che accettare la legge (?) di quest’ultimo, molte persone preferiscono affidarsi al rassicurante (ma anche deresponsabilizzante) cieco destino (vak végzet).
Credere a cose di cui non è certa l’esistenza non è privo di conseguenze concrete (consapevoli o no): influenza, nel bene e nel male, la nostra percezione della vita e i nostri comportamenti, anche solo in forma di autosuggestione.

Questo mondo “altro”, abitato da forme di vita non umane (fate e folletti, ma anche sciamani e streghe ecc.), ci rimando l’eco di un immaginario simbolico pre-cristiano ed euroasiatico – nella cultura ungherese come in quella italiana – che sarebbe un peccato cancellare dalla memoria.

In ogni caso, se qualcosa va storto, si può incolpare la sfortuna, esclamando in ungherese Ez pech!, “Che jella!” (ma i giovani italiani dicono “che sfiga!”).