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giovedì 1 ottobre 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1030).

Aki hazudik, az lop is (chi mente, ruba anche), modo di dire ungherese corrispondente all'italiano: chi è bugiardo è ladro (in latino “mendax est fur”). Da notare che, in ungherese, menzogna e bugia (hazugság) sono sinonimi, mentre in italiano la bugia in genere indica una mancanza meno grave della menzogna.
È un proverbio che dà un giudizio etico apparentemente inappellabile: guardatevi da chi vi dice il falso, poiché potrebbe anche derubarvi! E se guardiamo allo spazio pubblico, dove operano politici e manager, non c'è dubbio che in molti casi ciò risulti vero. Hannah Arendt notava che “l'abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche, e le bugie sono sempre state considerate strumenti giustificabili negli affari politici (La menzogna in politica, Marietti, 2006).

Ma anche i proverbi vanno intesi con giudizio, non si applicano a tutte le situazioni. Insomma, dipende… (“da che punto guardi il mondo tutto dipende”, dice una canzone di Jarabe de Palo).
Dipende dal contesto e dipende dal punto di vista.
Tutti noi, fin da piccoli, abbiamo detto bugie: a volte a fin di bene, a volte per il nostro esclusivo interesse (compreso il far del male ad altri). Dovremmo avere la consapevolezza di saper distinguere… E capire che, forse, c'è un legame dialettico: non c'è verità senza falsità, come non c'è vita senza morte.

Filosofia della bugia e storia della sincerità sono intrecciate, come argomenta l'interessante saggio di Andrea Tagliapietra (Filosofia della bugia, Bruno Mondadori, 2008). Nell'introduzione di questo libro si afferma che “la funzione critica della verità… assomiglia… alla funzione creativa della bugia. (…) La verità critica nega il mondo 'così com'è', della consuetudine dei saperi e dei poteri, la bugia critica inventa il mondo 'così come dovrebbe essere', ma intanto anch'essa nega alla radice il mondo che c'è e il suo dominio. Dalla prima nasce la filosofia come tradizione critica, dalla seconda nasce la grande letteratura come avventura nei mondi possibili, come viaggio in utopia”.

Non bisogna arrivare ad elogiare la menzogna, ma bisogna pure guardarsi da chi “ha la verità in tasca”.

martedì 1 settembre 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1029).


Ne együk meg az aranytojást tojó tyúkot, ovvero dall'ungherese: “non mangiare la gallina dalle uova d'oro”. È un proverbio prescrittivo noto anche in inglese: The hen laying golden eggs should not be eaten, “la gallina dalle uova d'oro non dev'essere mangiata”.
In italiano esiste solo come modo di dire: “trovare la gallina dalle uova d'oro”, cioè qualcuno o qualcosa che ci porta un guadagno facile e cospicuo.
Tali espressioni derivano da una favola del greco Esopo (620-560 a.c). Un tale aveva una gallina che gli faceva uova d'oro. Credendo dunque che all'interno ci fosse una massa d'oro, le tirò il collo, ma trovò che era simile alle altre galline. Così per aver sperato di trovare in essa un intero tesoro, restò privo anche del modesto guadagno.
Ecco la morale di Esopo: sia pago ognuno di ciò che ha e fugga lontano dall'insaziabile cupidigia.

In italiano esiste un'espressione analoga ancora più utilizzata: “segare il ramo su cui si è seduti”, una metafora utilizzata anche da Bertolt Brecht nell'Esilio: “segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare”.

Insomma, spesso l'uomo ha un comportamento stupido, un egoismo stupido incapace di vedere il futuro anche prossimo. Anche senza appellarsi all'altruismo e alla solidarietà, sarebbe sufficiente un comportamento da “egoismo solidale” per affrontare con successo i gravi problemi del proprio paese, dell'UE, del mondo.
L'attuale vicenda UE-Grecia non sembra mostrare, purtroppo, tale lungimiranza da parte dei vertici europei (v. articolo dell'economista americano Barry Eichengreen sul Sole 24ore del 16 luglio 2015 dal titolo esplicativo: Un accordo che contiene misure draconiane. La Grecia e l'Europa meritano di meglio. Il programma imposto dalla Germania spingerà Atene fuori dall'euro).
Potremmo applicare all'UE un amaro aforisma di Giuseppe Giusti: il Buonsenso, che già fu caposcuola, ora in parecchie scuole è morto affatto; la Scienza, sua figliola l'uccise, per veder com'era fatto.
In conclusione, come recita un vecchio proverbio contadino: chi troppo munge, ne ricava sangue.

sabato 1 agosto 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1028).

Egy kovács nem kovács, két kovács egy kovács, trad. “un fabbro non è un fabbro, due fabbri sono un fabbro” (da notare che in ungherese il sostantivo plurale resta singolare se preceduto da un aggettivo quantitativo e che le terze persone del verbo “essere”van e vannak – si omettono nelle frasi con predicato nominale).
Tale espressione ungherese si usava scherzosamente per chiedere aiuto ai vicini di casa nel portare a termine un lavoro; il senso è che, anche se siamo maestri nella nostra professione, abbiamo spesso bisogno di una mano per fare progressi.

Questo modo di dire – che ha una versione ancor più originale (egy ács nem ács, két ács fél ács, három ács egy ács, trad. un falegname non è un falegname, due falegnami sono mezzo falegname, tre falegnami sono un falegname) – non ha un equivalente in italiano. 
Al contrario, in italiano, abbiamo consigli a non contare troppo sugli altri per un aiuto, come nel detto: “Chi per altrui mano si satolla, tardi si satolla”.

Per motivare le persone ad aiutarci in un impresa, mi sembra adatto un aforisma dello scrittore francese Antoine de Saint Exupéry (1900-1944): “Se vuoi costruire un’imbarcazione, non preoccuparti tanto di adunare uomini per raccogliere legname, preparare attrezzi, affidare incarichi e distribuire lavoro; vedi piuttosto di risvegliare in loro la nostalgia del mare e della sua sconfinata grandezza.”

martedì 7 luglio 2015

IL LIBRO DEI PROVERBI: ultima edizione!

Una sfida alla critica [accademica]”, questo sarebbe il mio libro di proverbi ungheresi (tradotti) secondo un docente italiano di magiaristica. Insomma, la mia iniziativa editoriale sarebbe una specie d'intrusione in un mondo a me estraneo e da cui sarebbe stato meglio tenermi alla larga. Questo sembra il messaggio tra le righe.

Devo aggiungere che, invece, diversi altri docenti e ricercatori – sia italiani che ungheresi – hanno apprezzato il libro, che ovviamente non ha pretese di essere un testo accademico ma solo divulgativo.


È un'edizone rivista e arricchita: Expo special edition”, con 2 pagine in più (l'alfabeto italiano per ungheresi) a prezzo invariato. E una nuova presentazione nella 4a di copertina: cibo per la mente” (elgondolkodtató).


Probabilmente avrò occasione di presentarlo all'Expo 2015 il prossimo settembre, presso il padiglione ungherese, grazie all'interesse della Console generale, Timaffy Judit, e alla disponibilità della program manager, Székely Edit.

Dopo l'estate, altre presentazioni pubbliche sono previste – come in passato – con associazioni italo-ungheresi o biblioteche civiche (Bologna, Genova, Firenze, Milano).



Cosa c'entra con Expo questo libro?

Beh, l'uomo è l'unico animale che si ciba anche di… parole!

Come scrivo nella nuova presentazione: Il problema dell’alimentazione nel mondo ha bisogno – più che di maggiore produzione – di nuove idee e culture per migliorare il modo in cui il cibo è prodotto, distribuito, consumato. Ma ha anche bisogno di un po' dell’antica saggezza.

Inoltre, poiché il libro – oltre che una curiosità fililogica (la prima raccolta in Italia di proverbi ungheresi) – è anche un'introduzione alla lingua magiara, può essere uno dei biglietti da visita dell'Ungheria per i visitatori italiani, ma anche per quelli ungheresi poiché si tratta di un libro bilingue (kétnyelvű könyv).

Insomma, anche così si può contribuire a costruire ponti tra i popoli, favorendone la conoscenza reciproca e le relazioni amichevoli, in spirito di fratellanza (testvérség).

mercoledì 1 luglio 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1027).

A legjobb védekezés a támadás, la miglior difesa è l'attacco, in ungherese come in italiano.
Sembrerebbe un consiglio strategico. Forse è un detto di origine cinese: Sun Tzu espone analogo concetto ne L'arte della guerra, dove però avverte che “quando sei inferiore in tutto, se puoi ritirati”. Ma credo che sia male interpretato. Dipende dal contesto, sia in guerra, sia in altri confronti o conflitti collettivi. Ricordo bene come l'Inter si aggiudicò la Champions League nel 2009-10, sconfiggendo in finale il Bayern, ma sopratutto eliminando il Barcellona con una spregiudicata tattica difensiva.

Ma restiamo nel campo delle relazioni interpersonali, verbali (escludiamo quindi la violenza fisica, per difendersi dalla quale servirebbe comunque un impegnativo addestramento).
Pare più consigliabile che una persona colta in fallo riconosca l'errore e cerchi di non ripeterlo. Spesso però avviene che l'orgoglio prevalga sulla ragione, così chi è in torto attacca per non essere criticato: un atteggiamento in mala fede, che non salva neppure l'autostima.
Arthur Schopenhaur, nel breve saggio L'arte di ottenere ragione, illustra 38 stratagemmi e relative contromosse per avere ragione, che la si abbia o no. Purtroppo (dico purtroppo in quanto la verità e la falsità vengono così messi sullo stesso piano), sono tanti coloro che – consapevolmente o meno – utilizzano uno dei modi indicati da Schopenhaur per prevalere nelle discussioni, in particolare politiche o d'affari.
Non ci resta che tenere a mente un aforisma di Dashiell Hammet – “esistono due maniere di pensare a questo mondo: quella che ti porta ad avere ragione nelle discussioni e quella che ti porta a scoprire le cose” – e riuscire a distinguere le persone in base a tali due modi, opposti, di pensare.

lunedì 1 giugno 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1026)

A pokol útja jó szándékkal van kikövezve, trad. dall'ungherese, “la strada dell'inferno è lastricata con buona intenzione”. Identico al detto italiano “la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni”. In realtà si tratta di un'aforisma che Karl Marx riporta nel saggio L'ideologia tedesca (scritto con Friedrich Engels): “Der Weg zur Hölle ist mit guten Vorsätzen gepflastert, citazione dal libro (pur criticato da Marx) di Max Stirner L'unico e la sua proprietà, dove però al posto di inferno c'è la parola rovina.

Il significato filosofico è variamente interpretabile.
Il senso comune ne dà due principali interpretazioni: 1) non basta l'intenzione per ottenere un buon risultato, poiché spesso intervengono altri fattori che possono addirittura sortire l'effetto contrario a quello desiderato (l'interazione collettiva produce risultati non predeterminabili); 2) spesso le buone intenzioni nascondono fini inconfessabili e a danno di chi ci crede (bisogna guardarsi da chi abusa della credulità popolare).
Insomma, occorre prudenza nel dar credito a chiunque, e valutare dai comportamenti (e dalle relaive conseguenze) più che dalle parole le vere intenzioni di una persona, specie di chi si dice disinteressato” e agisce per il bene comune”.

Reciproco di questo aforisma è quello di François de La Rochefoucauld, secondo il quale invece: Spesso ci vergogneremmo delle nostre più nobili azioni se si potesse vedere da quali motivi sono determinate”. Insomma, la molla di buoni atti risiede a volte in sentimenti negativi.

Carlo Lapucci ci ricorda però (Dizionario dei proverbi italiani, Le Monnier, 2006) un'origine più antica di un'espressione simile: “L'inferno è lastricato di buone intenzioni”, presente nelle Lettere di S.Francesco da Sales, che cita un passo latino di S.Bernardo. Il relativo commento è che è facile manifestare buoni propositi ma è difficile attuarli; oppure, ciò che inizialmente sembrava buono poi si rivela nocivo.

venerdì 1 maggio 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1025).

Úgy hasonlítanak egymáshoz, mint két tojás, letteralmente “si assomigliano come due uova”. Questo modo di dire ha un equivalente in inglese, “they are as like as two peas in a pod”, usata per indicare due cose o persone molto simili o addirittura uguali tra loro.
È una locuzione poco utilizzata in italiano, ma nota grazie a un film con Stan Laurel e Oliver Hardy (Stanlio e Ollio, in ungh. Stan és Pan). Si tratta de “I figli del deserto” (1933), dove – per nascondersi dalle mogli – si rifugiano in soffitta e preparano un giaciglio di fortuna: “Staremo come due piselli in un baccello”, dice Ollio a Stanlio, come a dire che staranno insieme a proprio agio. È uno slittamento di senso rispetto al modo di dire inglese e magiaro, che invece sottolineano l’affinità tra due persone.
Per avvicinarsi a tale senso, in italiano abbiamo diversi modi di dire: “sono della stessa stoffa”, “sono dello stesso stampo”, che però si utilizzano anche in senso negativo. Potremmo usare anche l’espressione “essere pappa e ciccia”, “tale e quale” (titolo anche di uno show televisivo di imitazioni) oppure, per gli innamorati, “due cuori una capanna”.
Comunque l’espressione italiana (quasi) equivalente a quella ungherese è “essere culo e camicia”, che allude metaforicamente a una grande familiarità tra due persone, diffusa anche in altri paesi di lingua neolatina: in francese “cul et chemise”; in spagnolo, con un’altra metafora, “ser uña y carne” (essere unghia e carne).

mercoledì 1 aprile 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1024).

Itt a húsa, itt a leve, ecco la sua carne, ecco il suo succo”. Questo modo di dire ungherese, il quale significa che ho detto tutto quello che c’era da dire su un argomento e non c’è altro da aggiungere, è analogo all’italiano questo è il succo” della questione.
Rafforza il concetto il termine carne” (hús), che in questo caso potremmo tradurre polpa”, probabilmente perchè questo alimento è spesso la portata principale di un pasto.
Come sulle tavole degli italiani è difficile che manchi il pane (o la pasta), sulle tavole ungheresi il pasto – specie se con invitati – non può prescindere da uno o, spesso, più piatti a base di carne.
Ho già scritto come questa abitudine in Ungheria si riscontra fin dalla colazione, abbondante e dove regnano i salumi (accompagnati da verdure crude).

A questo proposito, il “salame ungherese” che troviamo in Italia non assomiglia, neanche nell’aspetto, al vero salame ungherese (szalámi). Questo è più sottile (lunghezza 30-40 cm), preparato con carne di maiale (1/3 polpa, 1/3 grasso) e di bovino (restante 1/3), e viene miscelato con sale, pepe, paprika (polvere di peperone essiccato) e aglio (pestato e macerato nel vino bianco). Viene affumicato per mezza giornata e stagionato per 3-4 mesi.


La carne torna nel detto: Se hal, se hús, identico al modo di dire italiano “né carne né pesce”. Si dice a proposito di chi non ha un carattere definito o non si sa da che parte stia.

lunedì 2 marzo 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1023).

Nyújtsd neki a kisujjad, a karodat akarja, tradotto: “gli offri il tuo dito, vuole il tuo braccio”. In italiano è quasi identico, “gli dai un dito e ti prende la mano”, però con una variante che ne inverte quasi il senso: “a chi ti porge il dito, tu piglia il dito e la mano”, che il Giusti inserisce nel gruppo cupidità, amor di se stesso.
Già due mila anni fa i romani mettevano in guardia (latino: si digitum porrexeris, manum invadet) dall’essere troppo arrendevoli o generosi nei confronti di altri (presumibilmente, avidi), che ne approfitterebbero per prendersi il massimo vantaggio.
È un proverbio tuttora molto utilizzato, anche in forma iperbolica, come quella del produttore cinematografico Vittorio Cecchi Gori che – a proposito del politico-imprenditore Silvio Berlusconi – confidò: “Silvio è uno che, se gli dai un dito, si prende il culo”.

Questo proverbio l’ho trovato in European proverbs in 55 laguages (De Proverbio.com, 2002) del paremiologo ungherese Paczolay Gyula, amico di questo blog. Nel libro è accompagnato dagli equivalenti in 50 lingue, arabo e cinese compresi.
Ne riporto alcuni così da fare un confronto tra le varie lingue, di cui riporto i raggruppamenti più vicini e interessanti.

·        lingue indoeuropee
-         germaniche (Germania, Inghilterra, Svezia)
-         romanze o neolatine (Spagna, Francia, Italia, Romania)
-         slave (Slovacchia, Slovenia)
·        lingue uralo-altaiche (non indoeuropee)
-         ugrofinniche (Estonia, Finlandia, Ungheria)
-         altaiche (Turchia)


DE – Wenn man einem den Finger gibt, so will er gleich die ganze Hand.
EN – Give him a finger and will take a hand.
SV – Kommer fan i kyrkan, vill han strax upp på predikstilen.

ES – Al villano dale el pie, y tomará la mano.
FR – Si vous lui donnez un pied, il vous prendra la jambe.
IT – Gli dai un dito e ti prende la mano.
RO – Dai un deget si-ti ia mîna toatǎ.

SK – Podaj čertovi prst, uchmetne ti celú ruku.
SI – Ko mu prst pomoliš, zagrabi vso roko. 

EE – Anna kujale sõrme ots, tema võtab käe.
FI – Anna pirulle pikkusormi, se ottaa koko käden.
HU – Nyújtsd neki a kisujjad, a karodat akarja.
TR – Elini veren kolunu alamz.


Alcune lingue dello stesso gruppo appaiono effettivamente vicine (vedi estone e finlandese, oppure sloveno e slovacco, italiano e spagnolo); altre non sembrerebbero apparentate (vedi ungherese, turco, svedese o rumeno), ma tale è la loro classificazione. Evidentemente la linguistica ha trovato radici comuni nei diversi gruppi, anche se si tratta spesso di teorie contestate.

lunedì 2 febbraio 2015

Proverbio/detto ungherese del mese (1022).

A megosztott bajt könnyebb elviselni, tradotto dall’ungherese: “il guaio condiviso è più leggero da sopportare” (baj, oltre che con “guaio”, è traducibile anche con “male” o “dispiacere”). È quasi didascalico: allude a un peso che ci opprime e di cui ci possiamo alleggerire ripartendolo in parte su qualcun altro.
L’equivalente italiano è: mal comune mezzo gaudio. Meno didascalico, ma fulminante, attribuito a Cicerone (in latino: non tibi hoc soli).
È un proverbio consolatorio: la certezza che si è tutti un po’ uguali, anche nelle debolezze, ci rassicura.
Ma è anche prescrittivo: invita le persone a stare vicino a chi ha subito un dispiacere. È un “placebo psicologico” che può essere efficace, perché può aumentare la consapevolezza di sé e compassione (condivisione della sofferenza) verso l’altro.
Ha anche un lato comico. Ricordo uno sketch televisivo: lui e lei nel letto, lui dorme tranquillo, lei no, si rigira agitata tra le lenzuola; poi lei sveglia lui e gli racconta del cruccio/preoccupazione/tormento che l’affligge; ecco che ora lei dorme tranquilla, mentre lui si rigira nel letto.

Gli psicologi, con qualche cautela, confermano le conclusioni di tale precetto della “saggezza popolare”.
Secondo l’australiano, di origine ungherese, Joseph Paul Forgas, “la compagnia di persone che si trovano in una situazione [dolorosa] simile alla nostra è particolarmente efficace nel ridurre l’ansia”, anche se “l’eventualità che la presenza delle altre persone possa farci sentire meglio dipende anche dalla situazione specifica” (Comportamento interpersonale. La psicologia dell’interazione sociale, Armando, 1989, traduzione di Bruna Zani e Elvira Cicognani).
Cinzia Tani e Rosario Sorrentino sostengono che “il ‘mal comune mezzo gaudio’ ancor oggi rimane una forma di terapia praticata. Condividere lo stesso dolore rende più sopportabile e può a volte dare un momentaneo sollievo” (Panico, Mondadori, 2008).

Attenzione, però, all’atteggiamento auto-assolutorio (soprattutto tra i giovani), che giustifica inerzia e fallimenti: “va male agli altri; se va male anche a me, non è conseguenza delle mie scelte ma è destino”.

Nel discernere ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, occorrerebbe sforzarsi di individuare responsabilmente le alternative al proprio comportamento e alle proprie scelte, singolarmente ma anche collettivamente. Bene comune, massimo gaudio.

giovedì 1 gennaio 2015

Proverbio/detto del mese (1021).

Aki sokat ígér, keveset ad; dall'ungherese “chi promette tanto, poco dà”. Praticamente uguale al proverbio italiano: chi molto promette, poco mantiene.
Cominciare un nuovo anno – forse ancora di stagnazione economica e crisi sociale – con questo proverbio, serve a tenere gli occhi aperti.
Questo precetto mette in guardia dal credere troppo facilmente a chi “promette mari e monti” (“le mente del politico mente”, si dice in Italia).
Anche quest’ultimo modo di dire italiano ha un equivalente ungherese: “fűt-fát ígér”, e si sa che chi fa promesse eccessive non ha intenzione di mantenerle. In questo modo di dire ungherese compare una ikerszó, parola doppia o gemella, traducibile come “erba-albero”. La lingua magiara è piena di parole gemelle (ikerszavak), create da poeti ma più spesso dalla fantasia popolare – frutto dell’ingegnosità della “gente semplice” (egyszerű emberek) o “figli del popolo” (nép fiai) – ed entrati nel linguaggio comune.

Tornando alla “promessa” (igéret), di essa si occupano vari proverbi, per circostanze anche opposte: “ogni promessa è debito” è l’impegno dell’uomo d’onore, ma “promettere non costa nulla” è il motto dell’imbroglione (o del gradasso), e così succede che “nel paese delle promesse si muore di fame”.
Una persona dotata di morale è Gino Strada, fondatore di Emergency, che così riflette: “Promettere costa poco, si dice, se poi non si mantiene l’impegno. E non farlo? Costa ancor meno, praticamente niente, basta girarsi dall'altra parte. Una promessa è un impegno, è il mettersi ancora in corsa, è il non sedersi su quel che si è fatto. Dà nuove responsabilità, obbliga a cercare, a trovare nuove energie”.

lunedì 1 dicembre 2014

Proverbio/detto del mese (1020).

Menj a búsba, letteralmente intraducibile (bús significa: addolorato, afflitto, malinconico, mesto, triste). É un modo non volgare di mandare qualcuno a quel paese (a fenébe küldeni valakit); in Italia diremmo ”va’ a farti benedire!”
Ma, come in Italia, anche in Ungheria sono svariati, e piú crudi, i modi per esprimere un sentimento di irritazione o insofferenza verso chi ci disturba o ci opprime. E si tratta di espressioni quasi quotidiane!
Eccone alcune (tra parentesi un corrispondente italiano): menj a fenébe! (va’ all’inferno!); húzzál el! (vai a quel paese!); húzz el innen! (fila di qua!); menj a pokolba! (va’ all’inferno!); vigyen el az ördög! (va’ al diavolo!).

In italiano il modo più volgare di esprimere lo stesso ”invito” é: vaffanculo! (diventato perfino uno slogan politico, seppur – pudicamente – in forma abbreviata: vaffa!), giá presente nei vari dialetti italiani nelle forme disparate in cui si  è espressa la “creatività” popolare.
In Ungheria sono quasi assenti i dialetti e l’equivalente espressione volgare é: menj a picsába! (dove picsa è il dispregiativo di ”fica”).
Ma basta molto meno per offendere qualcuno in Ungheria, alludendo a un insulto (sértés) per chi ci è piú caro; solo due sillabe: anyad! (tua madre).
In Italia, si trovano i corrispondenti in tutti i dialetti: da “a’ mammete” in napoletano a “to mare” in veneziano.
Altra variante, più vicina all’italiano “fottiti!”, è baszd meg! o bassza meg!, assimilabile all’inglese fuck off! o fuck you!, oppure allo spagnolo ¡vete al carajo! o ¡vete a la mierda!

Perché inserire tali modi di dire in questa rassegna, che prosegue la mia raccolta bilingue?
Intanto perché il linguaggio volgare (durva beszéd) fa parte della lingua viva e popolare.
E poi perché sono detti a loro modo proverbiali.
Infatti, Alberto Sordi nel ritornello di in una mitica canzone, in romanesco, presentata a Sanremo nel 1981 (E va e va, di Mogliacci-Mattone) si chiede: Te c’hanno mai mannato a quer paese? E alla fine ci ricorda ”che tanto prima o poi ce annamo tutti… a quel paese”, cioè che ciascuno di noi lascerà questo mondo.

Se poi volete consolare qualcuno che se l’è presa per un “vaffa” immeritato, allora in ungherese potete dirgli: Búsuljon a ló! (lett. ”si affligga il cavallo”), cioè ”Non te la prendere!”.
Nem éri meg (non vale la pena)!

lunedì 3 novembre 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1019).

Jókor lenni, jó helyen, essere al momento giusto nel posto giusto (ma anche rosszkor lenni, rossz helyen, essere al momento sbagliato nel posto sbagliato). Tale proverbio sottintende un talento personale a crearsi buone occasioni ma, soprattutto, ad afferrarle al volo quando si presentano (che siano frutto di abilità personale oppure semplicemente del caso).
Egualmente, si dovrebbe essere abbastanza saggi da capire quando ci si trova al momento sbagliato nel posto sbagliato. Una rapida consapevolezza di ciò consentirebbe di limitare i danni o, addirittura, di risolvere in positivo una situazione avversa.
Facile a dirsi. O facile vantarsi, quando la sorte ci ha favorito senza alcun merito (Micsoda mázli! Ovvero “Che culo!”, sarebbe il commento bilingue).
Più spesso di quanto si creda, succede che non ci si renda conto di quanto ci accade, subendo inerti e rassegnati gli eventi negativi. Con quel senso di precarietà magistralmente descritto dal poeta Giuseppe Ungaretti (1888-1970) nella poesia Soldati: “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”(Katonák: “Úgy állnak, mint ősszel a fákon a levelek”, trad. di Képes Géza).

Così come a volte ci manca un pur minimo spirito d’iniziativa e ci si affida solamente alla “divina provvidenza” (isteni gondviselés).
Come in quella barzelletta (vicc), dove un tale tutte le mattine si reca in chiesa, ai piedi della statua del suo santo protettore, per supplicarlo di farlo vincere alla lotteria. La statua resta a lungo muta, finché un giorno sbotta e gli parla: “Beh, almeno comincia a comprare un biglietto!”
O come in quell’altra barzelletta, dove un tale si rifugia sul tetto dopo che la sua casa è vittima di un’inondazione. Ai vicini di casa che si offrono di ospitarlo su un canotto, replica di andarsene perché lui si affida alla grazia di Dio. Ai vigili del fuoco che arrivano in motoscafo per soccorrerlo, replica nello stesso modo. Uguale reazione verso la protezione civile che lo vuole accogliere sull’elicottero di salvataggio. Infine, il tale si ritrova all’altro mondo e, al cospetto di Dio, si lamenta che non l’ha aiutato. “Ma come!? – replica Dio – Prima ti ho mandato i vicini, poi i pompieri, infine la protezione civile...!”
Come si vede, anche dalle barzellette – forse la forma di comicità più popolare e diffusa – traspare a volte un contenuto proverbiale ovvero sapienziale.

mercoledì 22 ottobre 2014

Perché v’interessa l’ungherese?

Sabato prossimo 25 ottobre (ore 11), presso la biblioteca comunale di Corbetta (MI), presenterò la raccolta di proverbi ungheresi per l’ottava volta (l’elenco è alla pagina del libro).
Di solito i presenti mi accolgono con meraviglia sincera (a volte, maliziosa), chiedendomi perché mi interessa proprio la lingua dei magiari e la loro cultura.
Questa volta vorrei invertire i ruoli e chiedere al pubblico cosa li spinge ad ascolatre qualcosa sull’ungherese. Forse il Mal d’Ungheria? Forse i racconti piccanti di qualche turista in cerca di facili avventure? Forse la curiosità per un Paese europeo con una lingua non indo-europea?
Vorrei dunque scavare su cosa già sa un pubblico normale sull’Ungheria e sugli ungheresi. Solo luoghi comuni (e pregiudizi), o anche storie vere di persone, oltre che di un popolo?
Vedremo.
Chi ci sarà potrà ottenere il mio libro bilingue scontato (e, se lo desidera, firmato), appunto Affida il cavolo alla capra. 1001 proverbi e detti ungheresi (Keckére bízza a káposztát. 1001 magyar közmondás és szólás).
Chi non potrà esserci, potrà comunque pensare a un originale regalo di natale, acquistando il libro su Youcanprint.it con lo sconto del 25% fino al 31 ottobre; basta scrivere sul codice sconto: PROMO25.

Intanto ho scoperto che la platea degli interessati all’ungherese è più vasta di quanto pensavo. Infatti, se questo blog in un anno è mezzo ha superato le 12mila visualizzazioni (da 50 Paesi nel mondo, anzi ora da 51, con l’arrivo dell’Australia), la piattaforma social collegata – quella di Google+ – ha superato addirittura quota 60.000!
Mi scuso con chi mi ha scritto su questo social network, cui finora non ho risposto perché poco pratico di questa piattaforma, molto utilizzata invece da chi naviga di meno sul Pc e di più sui nuovi dispositivi mobili. Quindi, d’ora in poi, seguirò gli interessati all’amicizia italo-ungherese anche su Google+.

mercoledì 1 ottobre 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1018).

Babonaságból fordítva veszi fel a harisnyáját, dalla superstizione mette le calze al rovescio. Più che un modo di dire questa espressione ungherese si riferisce a un’usanza scaramantica per scongiurare la malasorte.
La superstizione (babona) non mi sembra molto diffusa tra il popolo ungherese, tranne che nella forma della scaramanzia (ráolvasás). Una situazione simile al centro-nord italiano, mentre nel sud Italia le forme di superstizione (spesso mascherate da religiosità) appaiono più diffuse.
Tornando in Ungheria, se succede di indossare un vestito al contrario lo si lascia così, onde favorire la buona sorte. Nel sud Italia, invece, tale svista è premonitrice di un prossimo invito.
Un’altra usanza scaramantica ungherese è quella di dare una moneta a chi dona coltelli (possono ferire!) per scongiurare eventuali jettature. Usanza simile è diffusa in Italia, dove – quando si ricevono in dono fazzoletti (si possono usare quando si piange!) – bisogna “pagarli” simbolicamente con una moneta. Per non parlare poi degli innumerevoli “portafortuna” (szerencsehozó).

Non ci sono molte ricerche etnologiche su tali credenze popolari (considerare una cosa vera, senza evidenza reale, perché fa parte del “senso comune”) che, probabilmente, aiutano ad esorcizzare la paura di forze oscure che influenzerebbero il nostro destino. Tali credenze si diffondono oralmente e spesso si rintracciano nei riti religiosi o nelle favole; queste ultime hanno un’importanza notevole nella cultura popolare ungherese.
Rispetto a proverbi e modi di dire, il lato per così dire razionale e relazionale della “sapienza popolare”, le usanze sopra descritte rivelano invece il lato oscuro, irrazionale e nascosto, dell’agire umano. Non assegno un valore negativo a ciò, ma solamente ne sottolineo l’eccesso di razionalizzazione di chi non si rassegna all’inafferrabile “caso” (sors), ma ha bisogno di personificare gli eventi negativi (o quelli positivi) nello jettatore o nel demone maligno, oppure nella dea Fortuna (Szerence-istennő), illudendosi così di poterli combattere o blandire.
Forse è possibile tracciare un confine tra superstizione e scaramanzia, considerando la prima come l’assoggettamento completo a forze sovrannaturali insondabili, e la seconda come una forma di (auto)rassicurazione. Si tratta, in entrambi i casi, del tentativo di immaginare un qualche ordine in ciò che che appare solo come caos determinato dal caso. Piuttosto che accettare la legge (?) di quest’ultimo, molte persone preferiscono affidarsi al rassicurante (ma anche deresponsabilizzante) cieco destino (vak végzet).
Credere a cose di cui non è certa l’esistenza non è privo di conseguenze concrete (consapevoli o no): influenza, nel bene e nel male, la nostra percezione della vita e i nostri comportamenti, anche solo in forma di autosuggestione.

Questo mondo “altro”, abitato da forme di vita non umane (fate e folletti, ma anche sciamani e streghe ecc.), ci rimando l’eco di un immaginario simbolico pre-cristiano ed euroasiatico – nella cultura ungherese come in quella italiana – che sarebbe un peccato cancellare dalla memoria.

In ogni caso, se qualcosa va storto, si può incolpare la sfortuna, esclamando in ungherese Ez pech!, “Che jella!” (ma i giovani italiani dicono “che sfiga!”).

lunedì 1 settembre 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1017).

Azt várod, hogy a sült galamb a szádba repüljön? Letteralmente: aspetti che ti voli in bocca un piccione arrosto?
Il modo di dire italiano è: aspetti che ti cada la manna dal cielo? Evidente qui il richiamo all’evento biblico: un cibo inviato da Dio agli israeliti nel deserto, la manna appunto (una secrezione zuccherina tipica di alcune piante, in particolare di un tipo di frassino).
Frase che si rivolge a qualcuno, spesso ironicamente, per spronarlo a non restare inoperoso o a non limitarsi ad attendere gli eventi.

Questo modo di dire parrebbe adattarsi, oggi, alla generazione NEET (Not in Education, Employment or Training), giovani che non studiano, non si aggiornano, non lavorano. Quasi un esercito inattivo di neo-analfabeti: in Italia sono circa il 25% di 9,5 milioni di giovani dai 15 ai 29 anni; in Europa nel 2013 erano 14 milioni. In ungherese questa tipologia di giovane è descritta così: olyan fiatal, aki nincs az oktatási rendszerben, nem foglalkoztatják és nem vesz résztszakképzésben.
Ma perché sono in questa situazione? Quali le responsabilità dei genitori e della scuola? E, soprattutto, quali i limiti di un modello sociale in cui lo sviluppo sembra bloccato e la crescita non corrisponde più, almeno in Europa, a un aumento dell’occupazione?
La società di massa consente apparentemente a tutti l’accesso ai consumi, ma di fatto impedisce il godimento di diritti essenziali come il lavoro. Una conflitto tra possibile e impossibile che, tra l’altro, genera angoscia e depressione tra le giovani generazioni.

A questi “sfortunati” giovani un piccolo consiglio proverbiale in ungherese: próba szerencse (la fortuna è una prova), ovvero “tentar non nuoce”.

domenica 3 agosto 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1016).

Hagyja főni a saját levében, lo lasci bollire nel proprio brodo! Il modo di dire equivalente in italiano è identico: lasciarlo cuocere nel suo brodo. Non in senso proprio, ovviamente, ma in senso figurato: lasciar perdere qualcuno che vuole intestardirsi invano.

Nella mia raccolta, sono 143 su 1001 i proverbi o modi di dire che riguardano l’alimentazione (élelmiszer).
A volte sono consigli pratici (o parlano di fame), ma più spesso sono metafore, cui il cibo si presta naturalmente. In italiano esistono oltre 1.700 proverbi che parlano di cibo.

Il corpo si nutre di cibo (étel), come la mente si nutre di conoscenza (tudás). Similitudini e altre forme retoriche usano spesso il cibo poiché questa parte indispensabile della vita quotidiana aiuta a rendere più semplici anche concetti più complessi, oltre che a ricordarli meglio perché si legano a un’esperienza familiare a tutti.
Inoltre, il cibo contribuisce a definire la nostra identità, anche se è un prodotto “storico”, frutto di incroci e contaminazioni (cosa sarebbe la “dieta mediterranea” senza i pomodori dall’America o il grano e le olive dall’Asia?).

Tra meno di un anno ci sarà l’Expo Milano 2015, l’esposizione universale che si tiene ogni 5 anni in varie parti del mondo (la prima, nel 1851, a Londra), dal tema: “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” (ungh. Táplálni a világot, energiát adni az életnek).
Sarà anche un’occasione per verificare quanto il cibo sia ancora una metafora culturale.

martedì 1 luglio 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1015).

Aki kíváncsi, hamar megöregszik, chi è curioso invecchia presto, secondo gli ungheresi. Lo stesso significato è espresso più esplicitamente, per gli italiani, dal proverbio “Chi si fa i fatti suoi, campa cent’anni”. Anche gli inglesi dicono: Curiosity killed the cat (“la curiosità uccise il gatto”, anche se originariamente il soggetto di tale proverbio era care, preoccupazione, e non curiosity).

Come si concilia questo consiglio di vita con il luogo comune che “l’uomo è curioso per natura?
Già Seneca constatava (De otio) che: “Solemus dicere summum bonum esse secundum natura vivere: natura nos ad utrumque denuit, et contemplazioni rerum et actioni. Quam ob rem navigant quidam et labores peregrinationis longissimae una mercede perpetiuntur cognoscendi aliquid abditum remotumque. Curiosum enim nobis natura ingentium dedit.” (traduzione dal latino: “Siamo soliti dire che il sommo bene è vivere secondo natura: la natura ci ha creati per entrambe queste cose, la contemplazione delle cose e l’azione. Per questo alcuni navigano e sopportano le fatiche di un viaggio lunghissimo per un solo guadagno, di conoscere qualcosa di nascosto e remoto. Infatti la natura ci ha dato un’indole curiosa.”).
Un modo di dire ancora usato è “domandare è lecito, rispondere è cortesia”. Ma spesso ci accorgiamo che, in realtà, “domandare è scortesia”. Cioè, se la relazione interpersonale non è paritaria e intervengono rapporti di potere, chi fa domande scomode ne paga le conseguenze.

Quindi l’uomo è “naturalmente” curioso, ma la società modifica tale indole, frustrandola (la democrazie cerca rimedio a ciò con l’istituzione dell’opposizione parlamentare e con il “quarto potere”: la stampa). Una modifica che è addirittura antropologica, se è vero ciò che ha sostenuto lo psicanalista francese Jacques Lacan: “L’atteggiamento spontaneo di un essere umano è: ‘non voglio saperlo’, una resistenza fondamentale all'accesso di conoscenza”.

Ecco forse la ragione del proverbio del mese. Stare lontano da verità scomode per stare lontano dai guai: interni (è duro accettare verità scomode), esterni (chi vuole preservare il proprio potere farà ritorsioni su chi fa domande scomode). 

lunedì 2 giugno 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1014).

Az emberi hülyeség határatlan, “La stupidità umana è senza confini” (hülyeség significa “stupidità, idiozia”); proverbio conosciuto anche in Italia, dove è però più diffuso l’analogo ma caustico: “La madre dei cretini è sempre incinta”.
I proverbi, in quanto “sapienza dei popoli”, dovrebbero essere l’antitesi della stupidità. Ma il tema degli sciocchi (e, corrispondentemente, dei furbi che ne approfittano) è trattato con ambiguità. Troviamo la stupidità figlia della superficialità (Tamburi e grancassa, imbroglian chi passa), ma anche travestimento della furbizia (Bisogna far lo sciocco per non pagare il sale) o rifugio consolatorio (In pellicceria ci vanno più pelli di volpe che d’asino). Uno stato quasi permanente da cui i più escono troppo tardi (Del senno di poi son piene le fosse). In genere, comunque, si parla di stupidità individuale.

Un evento recente mi ha indotto a riflettere sulla stupidità collettiva.
Poche settimane fa ho assistito alla presentazione di un libro d'arte, neo surrealista, con poesie di Szőcs Géza. Secondo questo poeta magiaro (responsabile del padiglione ungherese all’Expo 2015), le tre forze che muovono la storia sono: ideali (a volte, falsi), interessi e stupidità (ungh. ideálok, érdekek és hülyeség).
Le prime due forze sono le coordinate di destra e sinistra (Norberto Bobbio), si scontrano sullo scenario politico ed economico, e crediamo di controllarle con la democrazia.
La terza ci appare quasi come una calamità (sovran)naturale. Addirittura, per Schiller, contro di essa “anche gli dei lottano invano”.
La stupidità è un male a livello individuale, dove conterebbe il libero arbitrio (ungh. szabad akarat) ma pensare con la propria testa costa fatica e non vedere i pericoli sembra la soluzione per star lontano dalla paura.
Lo è ancor più a livello di massa, dove impera il conformismo (ungh. konformizmus). Non ce ne hanno liberato le nuove tecnologie informatiche, che promettono informazione e cultura per tutti, ma rivelano grandi rischi per il “pensiero meditante” (l'americano Nicholas Carr ha scritto qualche anno fa “Internet ci rende stupidi?”). Invece che combattuta, la stupidità è assecondata, soprattutto da politici e uomini d'affari che abusano della credulità popolare.
Forse la stupidità è radicata nell’inconscio, è l'altra faccia della medaglia dell'istinto di sopravvivenza: il conformismo collettivo sembra assicurare la continuazione della specie umana. Invece, spesso la mette in pericolo, diventando anticamera di nazionalismi e totalitarismi.

Cento anni fa scoppiava la 1° guerra mondiale: un'immane tragedia (18 milioni di morti), che ebbe un tragico supplemento nella 2° guerra mondiale (oltre 50 milioni di morti nel solo vecchio continente). Chi sopravvisse disse “mai più”: nacque l'ONU e in Europa furono messi in comune fonti di energia e di armi (la comunità del carbone e dell'acciaio, prima CECA poi CEE e ora UE), per evitare un altro conflitto distruttivo e assicurare la pace.
Cent'anni dopo Szőcs (uno spirito libero) mette in guardia dal risorgere oggi di analoghe forze distruttive che, follemente e stupidamente, sterminarono parte dell'umanità.
Albert Einstein sosteneva che “follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi”.


lunedì 5 maggio 2014

Proverbio/detto ungherese del mese (1013).



Questa rubrica compie un anno e si concede un tuffo nei modi di dire attuali.
La creazione di nuovi proverbi (közmondások) si è arrestata con l’affermarsi dei nuovi mass media: la prima generazione, analogica, tra il XIX e il XX secolo (cinema, fotografia, radio); la seconda, digitale, nel passaggio tra il I e il II millennio (tv, pc, internet, smartphone).
In realtà la creazioni di frasi fatte di contenuto “sapienziale” è continuata sotto forma di nuovi aforismi (aforizmák). Infatti, l’anonimato dei vecchi proverbi (prodotto della cultura orale) ha ceduto il posto all’informazione in tempo reale (corto circuito tra scrittore e lettore).
Ancor più è continuata la creazione di modi di dire (szólások), a livello locale e globale, veicolati dalla rete e utilizzati a piene mani nel linguaggio giornalistico e nella pubblicità.

Quelli che seguono sono alcuni modi di dire (con equivalenti inglesi,), raccolti da Paczolay Gyula, il pariemiologo che già conosciamo (v. post del 16 dicembre ‘13). Paczolay – ancora attivo ricercatore, nonostante il pensionamento – li ha rilevati da giornali, riviste, radio e tv ungheresi.
Naturalmente, li ho corredati dei corrispondenti modi di dire italiani.

Béna kacsa.
Lame ducy.
È un’anatra zoppa.

Kiteríti a kártyáit.
He spreads out his card.
Mettere le carte sul tavolo.

Egészpályás letámadás.
Attacks on all frontlines.
Attacco su tutta la linea.

Ez a meccs még nincs lejátszva.
This competition is not yet over.
La partita non è ancora finita.

Soha ne mondd, hogy soha.
Never say: never.
Mai dire mai.