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martedì 7 aprile 2015

Exponsor?

“Feeding the planet. Enegy for life”, Nutrire il pianeta, energia per la vita (ungh. Táplálni a Földet, energiát adni ez életnek) è il tema dell’esposizione universale, quest’anno a Milano (si tiene ogni 5 anni nel mondo).

Un’occasione rara di interrogarsi sulla capacità di soddisfare un bisogno fondamentale del pianeta: cibo e acqua. E un’occasione forse unica per l’Italia di far conoscere il suo prezioso patrimonio enogastronomico, le sue eccellenze agricole, la sua peculiarità turistico-culturale.

Eppure si rischia un flop, essenzialmente per due criticità concomitanti.

La prima conferma, purtroppo, uno stereotipo sugli italiani (e degli italiani verso se stessi), cioè che tendono a lamentarsi del proprio Paese perché inaffidabile e poco organizzato. Sappiamo dal 2008 (quando commissario all’Expo era Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia) che Milano ospita l’Expo. Eppure – nonostante il volontarismo (non sempre fondato) del capo del governo, Matteo Renzi, e del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia –  i lavori sono iniziati seriamente solo da un anno: non saranno completati tutti in tempo, tant’è che è in corso una gara da 1milione di euro per “camuffare” le opere incomplete. Oltre al tonfo dell’area Expo (1 milione di metri quadri che non si sa che fine faranno nel post-expo), tutte le previsioni di ricadute occupazionali e commerciali si sono dimostrate largamente sovrastimate. Per amor di Patria, sorvolo sulla corruzione.

La secondo criticità è la contraddittorietà degli sponsor: multinazionali che rischiano di fagocitare la rassegna (da qui il gioco di parole “Exponsor”= Expo+sponsor). I due principali sponsor – McDonalds e Coca Cola – hanno un’immagine che confligge con un futuro, agricolo e ambientale, equo e sostenibile. Ma anche lasciare nelle mani della Barilla la “Carta di Milano”, cioè l’elaborazione di un protocollo internazionale sull’alimentazione e la nutrizione, lascia alquanto perplessi. Inoltre, diversi stati africani rischiano il ruolo di comparse in quanto sono presenti grazie all’intervento dell’Eni (official partner for sustainability initiatives in african countries), la multinazionale di casa nostra.
Insomma, per citare il mio libro sui proverbi ungheresi: “L’uomo saggio non affida il proprio giardino a una capra” (okos a kecskét nem teszi kertésszé).

Il rischio è quindi che l’Expo 2015 – pensata inizialmente come rassegna “etnografica” degli orti e giardini del mondo fino a declinare in fiera turistico-gastronomica – lasci dietro di sé solo un triste ricordo per un’occasione mancata.

Il 94% della popolazione mondiale è rappresentata all’Expo dai 145 paesi partecipanti. Solo una minoranza di Stati ha un proprio padiglione: in particolare l’Italia (“Vivaio Italia”) e l’Ungheria (“Dalla fonte più pura”). Anche se sarà difficile arrivare ai 20 milioni di visitatori previsti, speriamo che l’iniziativa dei singoli paesi sappia dare un buon contributo alla riflessione sul problema (diritto) “alimentazione” nel mondo, che ha bisogno – più che di maggiore produzione – di nuove idee e culture per migliorare il modo in cui il cibo è prodotto, distribuito, consumato.
È comunque un fatto positivo che milioni di persone, di culture ed etnie diverse, si incontrino e si confrontino pacificamente per parlare dei destini dei popoli e dell’umanità.

-          sito ufficiale Expo

lunedì 9 febbraio 2015

Capa a Milano e a colori.

Sicilia 1943 (Robert Capa)
“Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”. È un’affermazione dello scrittore americano John Steinbeck a proposito del fotografo ungherese Friedmann Endre Ernő (1913-1954), che divenne Robert Capa negli USA (dopo essere espatriato da Budapest in Germania, lui di origine ebraica, per motivi politici).
Capa, insieme a Cartier-Bresson (col quale nel ’47 fondò l’agenzia indipendente Magnum), è considerato il padre del fotogiornalismo. I suoi reportage di guerra (fu inviato in cinque fronti bellici, e perse la vita su una mina in Vietnam) hanno lasciato immagini memorabili, spesso prese a simbolo di un evento.

Dopo Roma, Firenze e Genova, anche a Milano   dal 30 gennaio al 26 aprile, nello Spazio Oberdan (P.ta Venezia) – è possibile vedere la mostra “Robert Capa in Italia”, con 78 sue celeberrime foto conservate dal Museo Nazionale Ungherese (Magyar Nemzeti Múzeum) di Budapest. Scatti in bianco e nero che mostrano le emozioni brutte – fame, paura disperazione – ma anche quelle bella – speranza, gioia, sorpresa – del biennio ’43-’44.


Un lato poco conosciuto di Capa sono le sue foto a colori, specie quelle prodotte per rotocalchi americani ed europei sulla “dolce vita” postbellica. A colmare il vuoto ci ha pensato nel 2014 l’editore Mondadori Electa con Robert Capa colore, un prezioso volume di foto pubblicato la prima volta negli USA in occasione di una mostra dell’International Center of Photography a New York.
Troviamo foto legate non solo al fotogiornalismo di guerra, ma anche al glamour: la vita di personaggi famosi, come Ernest Hemingway, la moda, il jet set europeo (Parigi, montagne svizzere, Roma...). Un’attività che Capa intraprese per assicurare ordini alla sua agenzia fotografica, ma che non spense la sua passione sociale (antifascista) dei suoi primi reportage. Così nel ’52 partecipò al progetto Gen X, per rappresentare l’indecifrabile nuova generazione postbellica.
Il libro contiene anche alcuni scritti di Capa ed altri a commento dei reportage. Imperdibili quelli su Budapest (sua città natale), in cui tornò brevemente nel 1948, e sull’Urss agli albori della “guerra fredda”, dove fu inviato con John Steinbeck.

Un libro seducente e un monumento alla memoria.

giovedì 6 novembre 2014

Saluto al Console.

Il Console Generale d’Ungheria Manno Istávn, a fine anno conclude il suo mandato a Milano e torna nel proprio Paese per altri incarichi. Sarà probabilmente una donna a prenderne il posto.
Il 23 ottobre, nel tradizionale incontro per celebrare l’anniversario della rivoluzione ungherese del ’56, Manno ha salutato tutti, augurandosi di mantenere i legami d’amicizia sorti nei quasi quattro anni del suo mandato. Tra l’altro ha premiato con alte onoroficieze ungheresi, Sinkó Irene (presidente dell’ Associazione Culturale Liguria-Ungheria) e la coppia Nemeth Gizella e Adriano Papo (presidenti di due associazioni triestine, rispettivamente la Sodalitas Adriatico-Danubiana e l’Associazione Culturale Italoungherese Pier Paolo Vergerio) per il significativo contributo all’amicizia tra i due popoli.

Chi segue questo blog, ha trovato spesso il nome di Manno. Infatti, il Console è stato molto attivo e presente in tutto il Nord-Italia (area di sua competenza) e non solo.
Laureato in Economia a Budapest (ma anche alla Bocconi), sposato e con due figli, Manno ha sviluppato la sua carriera nelle istituzioni ungheresi, dal Ministero degli Esteri all’Ambasciata d’Ungheria a Roma, fino ad arrivare al Consolato Generale (főkonzulát) a Milano nel 2011.
I Mannó sono ungheresi di origine greca. Questa famiglia, come poche altre, ha lasciato un segno profondo nella vita di Pest nel corso di oltre due secoli (v. Korall 44/2011).

Ho incontrato Manno in diverse occasioni, a partire dal primo invito per conoscerci che mi ha rivolto subito dopo aver ricevuto notizia dell’edizione del mio libro di proverbi ungheresi. Ho avuto la netta impressione di un impegno generoso nell’assolvere le funzioni tipiche di tutti i corpi consolari (di solito assimilati ai corpi diplomatici, che però si differenziano per la loro natura politica). Tra tali funzioni, oltre alla protezione degli interessi ungheresi in Italia, spicca il favorire le relazioni tra i due Paesi e promuovere in tutti i modi relazioni amichevoli tra gli stessi. Ebbene in questa funzione penso che Manno abbia dato il massimo per tenere alto il buon nome (l’onore e la credibilità) del suo Paese, al di là delle contingenze politiche, e per migliorare l’immagine reciproca dei due popoli. Ci è riuscito?

Occorre premettere che, da alcuni anni, l’Ungheria non gode di “buona stampa” in Italia e anche in altri paesi Ue. Come per tutti gli stati più piccoli, i mass-media ne parlano poco, e quando ne parlano è per eventi (in genere, negativi) che suscitano clamore. Ecco ad esempio uno de recenti titoli sull’Ungheria: “Biologia maschilista” (L’Espresso del 2 ottobre 2014). Ciò produce nell’opinione pubblica una visione distorta dell’Ungheria, basata su stereotipi, più o meno fondati (alcune prese di posizioni su democrazia e liberalismo da parte del premier Orbán Victor appaiono effettivamente discutibili; si incorre invece in pregiudizi quando si usano due pesi e due misure nel valutare il governo ungherese rispetto ad altri governi europei).
Per capire che sentimenti susciti tale situazione negli ungheresi, in particolare quelli residenti in Italia, pensiamo a come ci sentiamo noi italiani quando vediamo che sui giornali stranieri appaiono solo  nostri difetti o, peggio, pregiudizi sul nostro “carattere”.
L’impresa del Console Manno era dunque tutta in salita, benché un po’ di spinta sia arrivata nel 2013 dall’Anno culturale Italia-Ungheria.
Eppure, credo di poter dire che – al di là dell’opinione pubblica influenzata dai grandi mass-media –le persone e le istituzioni entrate in relazione con il Console Generale abbiano vissuto un’esperienza ricca e che, soprattutto, l’immagine dell’Ungheria ai loro occhi sia migliorata. Manno ha mostrato, al di là di indubbie capacità diplomatiche, qualità umane non comuni e ha lasciato un segno positivo. Penso che chi l’ha conosciuto gli ne sia grato, e spero anche che ciò gli venga riconosciuto per i prossimi incarichi istituzionali.

Tra l’altro, è scaduto anche il mandato dell’Ambasciatore d’Ungheria a Roma, Balla János (probabilmente destinato all’ambasciata di Mosca), e chi era candidato a sostituirlo, l'intellettuale Szentmihályi Szabó Péter (vicino all’ultradestra di Jobbik e recentemente al centro di polemiche sul suo presunto antisemitismo, denunciato dall’Anti Defamation League) è deceduto lo scorso 20 ottobre.


lunedì 11 agosto 2014

“Il cibo italiano è un modello anche per noi” ungheresi.

Il padiglione ungherese a Expo 2015.
Siamo ormai a meno di un anno dall’Expo 2015, che si terrà a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre. L’esposizione torna in Italia dopo 54 anni: l’ultima volta fu a Torino, nel 1961, con tema “il lavoro”.

A maggio, il Gambero Rosso (rivista di cultura enogastronomica) dedica un supplemento all’evento, intervistando i rappresentanti di numerosi Paesi. Non manca l’Ungheria, per la quale ha risposto l’ambasciatore Balla János.
Gli intervistati rispondevano a tre domande, sotto il titolo di “Biodiversità a colori”:
1.      come il Suo Paese guarda all’Expo? Quali sono le aspettative?
2.      Cosa pensa dell’Italia dal punto di vista dei prodotti agroalimentari e della sua cucine? Come si guarda all’Italia nel suo Paese?
3.      Quali saranno i progetti che il Suo Paese promuoverà all’Expo 2015 di Milano? Quali i prodotti più rappresentativi?

Il tema di expo – è la prima risposta di Balla – coincide con l’impegno che si è data l’Ungheria per garantire alle generazioni che verranno un’alimentazione e un’agricoltura sostenibili e sane, anche perché il nostro paese è uno di quei pochi pesi al mondo in cui è vietata la coltivazione di piante geneticamente modificate”.
Sul secondo quesito, Balla conferma l’eccellente reputazione del cibo italiano, un modello anche per gli ungheresi, e la consolidata presenza dei prodotti agroalimentari del Bel Paese in Ungheria.
Infine, alla terza domanda, Balla conferma quanto si sapeva sul risalto che verrà dato alle risorse idriche del Paese magiaro, ricco di fonti termali. Naturalmente sarà presente la tradizione culinaria ungherese, che sarà possibile gustare – insieme ai pregiati vini – nell’apposita area di ristorazione. L’importanza dei materiali naturali e riciclabili sarà sottolineata dal loro utilizzo per il padiglione ungherese (a forma di arca), che alla fine sarà smontato per poi essere collocato a Szombathely, capoluogo della provincia di Vas, nel Transdanubio occidentale, la città più antica dell’Ungheria.


-          sito ufficiale Expo 2015

giovedì 5 giugno 2014

Un ungherese a Milano.

Venezia: col Console Manno István
Signora: “Sono ungherese, in Italia da 14 anni, quasi avevo dimenticato la mia lingua. Ora voglio tornare ad interessarmene.”
Signore: “Sono italo-ungherese ma non ho mai partecipato alla vita associativa e culturale dei miei connazionali in Italia. Adesso desidero farlo.”
Ragazzo: “Sono italiano, ma mia madre è ungherese. Sto cominciando a studiare la lingua magiara e ho molte curiosità.”
Sono alcuni commenti a caldo, raccolti al termine dell’incontro a Venezia (il 6 maggio scorso) per la presentazione del mio libro di proverbi ungheresi. Italo-ungheresi di prima e seconda generazione, oltre a curiosi e appassionati italiani. Un incontro molto gratificante, ben organizzato da Anna Rossi (addetta consolare) - con l’associazione italo-ungherese - per condividere la passione per una lingua e una cultura: quella magiara.

Spero di raccogliere altrettanto entusiasmo a Milano, la mia città (anche se vivo in provincia e sono nato in Puglia). Giovedì 26 giugno, alle ore 18, sarò infatti nella prestigiosa Biblioteca Sormani (Sala del Grechetto) per parlare di lingua e cultura ungheresi e delle relazioni tra i due popoli, presentando il mio libro.
Il Console generale d’Ungheria a Milano, Manno István, porterà il suo saluto ai partecipanti a questa iniziativa promossa dal Comune (Settore Biblioteche).

Purtroppo, a Milano non c’è più un’associazione italo-ungherese (in passato, sì). Forse questo incontro, e soprattutto l’Expo (cui l’Ungheria parteciperà con un singolare padiglione a forma di “arca di Noè”), daranno una spinta per tale aggregazione.
Comunque, l’occasione di parlare dell’originalità della lingua ungherese a Milano –  capitale economica del “Bel Paese” –  consente anche di affrontare il tema della diversità culturale (kulturális sokszínűség). Come ha dichiarato l’UNESCO (2001), “La diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita” e – a proposito di Expo – credo che essa sia una delle maggiori ricchezze che l’Europa può condividere col mondo: vero e proprio “cibo per la mente” (elgondolkodtató, direbbero gli ungheresi, letteralmente “ciò che fa riflettere”).

Ecco che ci fa un “ungherese” a Milano.

martedì 22 aprile 2014

Incontri italo-ungheresi a Venezia e Milano.



Mettere a confronto proverbi ungheresi e italiani per rilevare diversità ma anche comuni radici culturali (l’identità europea si è formata nel Medioevo dall’incontro – prima scontro – tra romani e c.d. barbari). Su 1001 proverbi o modi di dire ungheresi raccolti nel mio libro, ho trovato equivalenti italiani per il 96% di essi; non ne ho trovati per il restante 14% (ma forse in qualche caso esistono*), che però ne hanno di tedeschi o slavi.

Avvicinare in modo facile e divertente gli italiani alla lingua e alla cultura magiare: solo poche migliaia di miei connazionali sanno l’ungherese, mentre oltre 100mila ungheresi conoscono la lingua italiana. Inoltre, il bilinguismo fa bene alla salute psico-fisica-relazionale individuale e alle relazioni tra i popoli.

Richiamare la necessità di valorizzare la diversità culturale (kulturális sokszínűség), che – assieme alla diversità biologica (biológiai sokféleség) – è la vera ricchezza dell’umanità. In particolare, penso che l’Unione Europea o sarà multiculturale e quindi multilingue, o non sarà (fermo restando l’esigenza di una lingua franca e, come sostiene Ulrich Beck, la necessità di accantonare la “nostalgia etnico-nazionale in tutte le sue forme”).

I primi due obiettivi rientrano nelle mie intenzioni iniziali nel realizzare il libro bilingue, nonché questo blog, che tesse una piccola trama di amicizie italo-ungheresi.
Il terzo è l’orizzonte di senso che ho poi scoperto necessario.

Il cammino su tale strada non è senza ostacoli. Quello principale si può riassumere così: c’è una distanza tra linguaggio accademico e linguaggio popolare, una differenza culturale tra parlanti e scriventi, difficili da colmare.
Il mio tentativo, forse vano, intende avvicinare cultura “alta” e “bassa”, tramite attività di divulgazione.
L’editoria italiana poco aiuta. Ed è difficile far uscire il modo accademico dalle sue torri d’avorio (pur utili all’approfondimento specialistico): ho incontrato alcune sensibilità positive, altre meno. Lo ha sperimentato anche, da trent’anni, la direttrice della rivista italo-ungherese Osservatorio Letterario di Ferrara, Melinda Tamás-Tarr (ora gratificata dall’alta onorificenza di Cavaliere della Repubblica).

Ecco perché sono grato a chi mi consente, comunque, di incontrare persone e tenere aperto un dialogo.
Il prossimo appuntamento, su invito dell’Associazione Culturale italo-ungherese del Triveneto (e il sostegno del Consolato onorario d’Ungheria), è a Venezia: un’incontro pubblico di presentazione del mio libro sui proverbi ungheresi (martedì 6 maggio alle ore 17.30, Teatro ai Frari).
Successivamente ci sarà un altro incontro pubblico a Milano (data da destinarsi), organizzato dal Comune di Milano (Sistema Biblioteche) e col patrocinio del Consolato Generale d’Ungheria.
Due appuntamenti per tutti gli appassionati, e i curiosi, di cose magiare.

NOTA

*) Il paremiologo ungherese Paczolay Gyula, che ha raccolto proverbi da tutto il mondo, ha individuato anche quei proverbi presenti solo in Ungheria: nella mia raccolta sono sedici (nn. 6, 101, 103, 116, 236, 288, 482, 492, 558, 578, 587, 609, 628, 629, 838, 878).

giovedì 13 febbraio 2014

Un maestro di storia dell’arte: Boskovits Miklós.



Non si limitava alle lezioni teoriche di storia dell’arte: chiedeva ai suoi studenti di produrre scientificamente schede descrittive delle opere d’arte, basate sull’osservazione diretta e l’analisi dei presupposti tecnici e stilistici. Questa è l’esperienza formativa, coinvolgente per gli occhi e per la mente, che il professor Boskovits Miklós (1932-2011) ha lasciato ai suoi studenti.
Quelli dell’Università Cattolica di Milano lo hanno ricordato, producendo un bel libro, Dipinti in Valpadana tra Medioevo e Rinascimento (a cura di Francesco Frangi, Scalpendi - 2013), con le schede di oltre venti dipinti di pittori del Nord Italia conservati nel Museo di Belle Arti di Budapest (Szépművészeti Múzeum, che ha collaborato al progetto tramite i suoi conservatori: Sallay Dóra, Tátrai Vilmos, Vécsey Axel e Dobos Zsuzsanna).

Boskovits Miklós rappresenta forse il più eminente storico dell’arte di origine ungherese, e viene considerato il massimo esperto di pittura medievale fiorentina (XI-XIV sec.).
Nasce a Budapest e da giovane manifesta due passioni: la canoa, che pratica sul suo Danubio, e l’arte, specie la pittura rinascimentale italiana. Si laurea in storia dell’arte alla ELTE ma, insofferente delle limitazioni ai suoi viaggi, nel 1968 fugge dall’Ungheria (le leggi dell’epoca non gli avrebbero consentito di rientrare) e chiede asilo politico all’Italia. Senza un quattrino, viene accolto e protetto da Carlo Volpe, e conosce l’altro grande storico dell’arte, Roberto Longhi.
Inizia la carriera universitaria nel ’77 a Cosenza, e poi alla Cattolica di Milano dall’80; la conclude a Firenze, insegnando dal ’95 storia dell’arte medievale, subentrando a Mina Gregori.
Schivo e instancabile, quando va in pensione non interrompe la sua opera, ma continua come volontario in una biblioteca d’arte.

Collabora alla realizzazione di vari cataloghi e mostre, anche all’estero (Berlino, Washington).
È autore di diversi saggi, tra cui la monografia su Botticelli. Suo è il primo studio organico sui mosaici del battistero di San Giovanni a Firenze (il più imponente ciclo musivo del Duecento in Toscana), che diventa parte del monumentale progetto del Corpus of fiorentine painting, concepito nel 1930 da Richard Offner. In una delle poche interviste rilasciate racconta che “Offner aveva finanziato un’eccezionale campagna fotografica per la realizzazione del progetto. Insegnava in America e non appena i corsi erano finiti metteva le fotografie in due enormi bauli, prendeva la nave e veniva a Firenze, dove lavorava al progetto. Riuscì a occuparsene fino al 1965, naturalmente senza arrivare a completarlo. Altri due libri li realizzò la sua collaboratrice Klara Steinweg, ma alla morte della studiosa il progetto si interruppe per qualche anno.” Lo riprese Mina Gregori, che lo affidò a Boskovits e nel 1984 fu pubblicato il primo volume.

É stato membro onorario di varie istituzioni di grande prestigio (tra cui la Fondazione Roberto Longhi e il Kunsthistorisches Institut di Firenze) e, dal 1998, membro esterno della Magyar Tudományos Akadémia di Budapest (Accademia Ungherese delle Scienze).

Infine, all’italo-ungherese Boskovits è stata dedicata la mostra Gli Autoritratti Ungheresi degli Uffizi (Firenze, autunno 2013), che documenta – tramite 23 autoritratti di artisti ungheresi – l’arte figurativa magiara dall’Ottocento ad oggi.

giovedì 21 novembre 2013

Il Rinascimento sul Danubio.



Palazzo d'estate (Visegrád)
Il Rinascimento (XIV-XVI secolo) è un’epoca di risveglio artistico e culturale tra Medioevo ed età Moderna che si sviluppa a Firenze e si irradia in tutta Europa all’inizio del XVI secolo, influenzando con l'umanesimo le idee correnti.
Fa eccezione l’Ungheria, dove l’influenza rinascimentale si afferma già nel XV secolo subentrando a ideali e arti gotiche. Questa anticipazione la si deve soprattutto alla Regina d’Ungheria, Beatrice d’Aragona – nata a Napoli e figlia del re Ferdinando I – e al suo consorte, Mátyás (Mattia Corvino, 1440-1490), Re d’Ungheria dal 1458 alla morte.
Alla corte di Re Mattia furono invitati artisti e letterati italiani (Antonio Bonfini, Galeotto Marzio, Naldo Naldi e altri), e fu creata la celebre Biblioteca Corviviana – seconda in Europa solo a quella vaticana – dove furono raccolti migliaia di codici (ne sono rimasti solo 216) su tutto il sapere umano. Artisti italiani andarono ad ispirarsi sulle rive del Danubio, come il pittore perugino Tommaso Musolino da Panicale (v. post del 2 ottobre).
E naturalmente artisti ungheresi vennero in Italia, come Mihály Pannóniai (Michele Orango/Michele Pannonio), pittore alla corte degli Estensi di Ferrara. A Ferrara studiò anche, alla celebre scuola di Guarino Veronese, Janus Pannonius (1434-1472), il più importante poeta umanista ungherese, che divenne anche vescovo a Pécs.
Influenze si ebbero anche sulle lavorazioni della pietra tagliata, dei mobili, della ceramica (Mattia fondò a Buda la prima fabbrica di ceramiche), e si sviluppò anche la stampa (nel 1473 venne fondata da András Hess la prima tipografia a Buda).
Non fu tutto rosa e fiori: le nuove idee dell’umanesimo vennero combattute perché tacciate d’immoralità e scarsa religiosità dai monaci francescani di Buda (Temesvári Pelbart e Laskai Osvát), che trovarono larghi consensi.
Molte tracce dello splendido passato rinascimentale ungherese sono andate perse, ma restano ancora testimonianze mirabili (come il cortile rinascimentale del Palazzo d’estate di Visegrád, a pochi chilometri da Budapest, o la cappella di Bakócz a Esztergom).

Ben venga dunque la lodevole iniziativa del Consolato Generale d’Ungheria a Milano che, in collaborazione con la Biblioteca Ambrosiana, promuove la mostra “Artisti, poeti e intellettuali del Rinascimento sulle rive del Danubiodal 4 dicembre ’13 al 2 febbraio ’14. All’inaugurazione parteciperanno il poeta Szőcs Géza e Csorba Csilla, direttrice del Museo Letterario Petőfi (Budapest), oltre a Mons. Franco Buzzi e Don Federico Gallo.

-          BibliotecaAmbrosiana
-          Petőfi Irodalmi Múzeum