Visualizzazione post con etichetta Németh László. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Németh László. Mostra tutti i post

lunedì 9 marzo 2015

“Giuriamo che non saremo più schiavi”.

Il prossimo 15 marzo è il 167° anniversario della rivoluzione del 1848-49, quando gli ungheresi si ribellarono agli austriaci e proclamarono la repubblica.
Assieme alla ricorrenza dell’incoronazione di re Stefano (20 agosto), è la festività più sentita e più condivisa dagli ungheresi.
Il poeta nazionale ungherese, Petöfi Sándor (1823-1849), il 15 marzo 1848 incitò la folla raccolta davanti al Museo Nazionale di Budapest, leggendo la sua poesia “Canto Nazionale” (Nemzeti Dal). Scoppiarono i moti di indipendenza. Pochi giorni dopo, ecco “le cinque giornate di Milano”.
Un mese prima lo stesso Petöfi, favorevolmente impressionato dai moti siciliani, scrisse un ode all’Italia, dove chiedeva aiuto al popolo italiano in nome del “Dio della Libertà”.

Nemzeti dal
Talpra magyar, hí a haza!
Itt az idő, most vagy soha!
Rabok legyünk, vagy szabadok?
Ez a kérdés, válasszatok! -
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!

Rabok voltunk mostanáig,
Kárhozottak ősapáink,
Kik szabadon éltek-haltak,
Szolgaföldben nem nyughatnak.
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!

Sehonnai bitang ember,
Ki most, ha kell, halni nem mer,
Kinek drágább rongy élete,
Mint a haza becsülete.
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!

Fényesebb a láncnál a kard,
Jobban ékesíti a kart,
És mi mégis láncot hordunk!
Ide veled, régi kardunk!
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!

A magyar név megint szép lesz,
Méltó régi nagy hiréhez;
Mit rákentek a századok,
Lemossuk a gyalázatot!
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!

Hol sírjaink domborulnak,
Unokáink leborulnak,
És áldó imádság mellett
Mondják el szent neveinket.
A magyarok istenére
Esküszünk,
Esküszünk, hogy rabok tovább
Nem leszünk!
Petöfi Sándor (marzo 1848)

La spada brilla più della catena:
S’addice meglio al braccio
Noi invece portiamo catene.
A noi dunque la spada gloriosa.
Per il Dio, per il Dio dei magiari,
Giuriamo
Giuriamo
Che noi non saremo più schiavi!
(trad. della 4° strofa a cura di Sárközy Péter)

Anche gli ungheresi in Italia festeggiano tale anniversario.
A Padova, domenica 15 marzo (ore 12, Chiesa di S. Stefano Re d’Ungheria) Mons. Németh László officierà una messa con l’accompagnamento musicale di Lóczi Klára.
Seguirà un pranzo presso il Patronato della stessa chiesa (prenotazioni presso il Consolato d’Ungheria a Venezia).

A Milano, sabato 14 marzo (ore 12, Pinacoteca Ambrosiana) si svolgerà una commemorazione ufficiale dei moti di indipendenza 1848-49. Sarà presente il nuovo Console generale di Ungheria, Timaffy Judit Vilma (in passato, console ungherese in Nicaragua).

giovedì 30 ottobre 2014

Da Bibó a Sartre: una testimone del ’56.

Gigliola, affezionata follower di questo blog, e di cui ho raccolto una testimonianza nel post del 20 ottobre ’14 sull’”indimenticabile ‘56”, aggiunge altri particolari sulla sua esperienza, che pubblico integralmente.







Devo rettificare, pur ringraziandola, il suo accenno a me, che semplicemente partecipai, con quasi metà della classe, alle manifestazioni per l’Ungheria, incurante di certi volti imbarazzati o immusoniti che vedevo ai lati della strada e di qualche imprecazione seguita dal grido “viva l’armata rossa!”, oppure – a scuola – di qualche rimbrotto o sarcasmo di alcuni insegnanti da sempre in vena di proselitismo.
In una di quelle sere di nebbia passai per la via, solitamente piuttosto frequentata, dove aveva sede l PCI. Era quasi deserta, solo qualche finestra illuminata. Ma dal palazzo di fronte, a finestre aperte nonostante il freddo, scendeva una cascata di note suonate al pianoforte: era una “polonaise” di Chopin, quella chiamata Rivoluzione. Era stata infatti l’antica amicizia tra Polonia e Ungheria, con ancora l’eco della rivolta operaia di Poznan in giugno, ad accendere ancor più il desiderio di libertà non solo degli studenti e degli intellettuali, ma della società ungherese nella stragrande maggioranza (i Consigli operai lottarono fino a fine novembre). A casa, dopo il giornale radio da tutti ascoltato con grande partecipazione emotiva, mi sincronizzavo sui 550 MHz di Radio Budapest, disturbatissima, ma da cui sentivo ripetere spesso tre o quattro parole, che poi – studiando la lingua – ho individuato come: “Itt szabad Kossuth radió” poi “Figyelem! Figyelem!”. Non capivo nulla, ma almeno mi sentivo partecipe.
La mattina all’alba del 4 novembre sentimmo al giornale radio la notizia dell’attacco a Suez e dell’attacco a Budapest, seguito dall’appello di Nagy, poi dalla musica grave e solenne dell’Inno nazionale.
In quelle stesse ore un uomo, rimasto solo nel palazzo del Parlamento assediato dai carri armati sovietici, stilava un documento rivolto all’Onu per denunciare quanto stava avvenendo. Entrò una truppa di soldati russi. Lo videro, ma cedettero che fosse un qualsiasi impiegato e continuarono l’occupazione dell’edificio.
Quell’uomo, rimasto al suo posto di ministro del governo Nagy, era Bibó István, poi arrestato e condannato all’ergastolo, poi liberato con amnistia mi sembra nel ’63.
Di quell’amnistia tuttavia beneficiarono soprattutto le personalità più note anche all’estero, come lo scrittore Déry Tibor, mentre moltissimi rivoltosi restarono incarcerati. Per questi Bibó scrisse una lettera da far pervenire a Jean Paul Sartre tramite un poeta francese amico. Cercò a lungo chi potesse assumersi la responsabilità e il coraggio di portare a lettera in Occidente e un giorno d’estate giunse con il figlio e la nuora a Sajkod, a casa del suo amico, il grande scrittore Németh László. Quasi certamente Bibó aveva saputo, da Németh stesso o da qualcuno della famiglia, della presenza di una persona fidata, un’italiana che in quei giorni era ospite dello scrittore. E l’italiana, giunta la sera, fu avvicinata con un pretesto dalla nuora che, lontano dagli altri, le chiese se sarebbe stata disposta a rischiare, chiedendole di leggere bene la lettera prima di accettare e di darle una risposta a Budapest, prima di partire. L’italiano non esitò.. e l’impresa riuscì.
Lei, caro József, ha certamente già capito tutto [la persona fidata era Gigliola, ndr]. Putroppo Sartre non scrisse e non disse mai niente. Di tutto questo scrisse anni fa su Micromega lo storico Federigo Argentieri, autore di L’ottobre ungherese e La rivoluzione calunniata, uscito anni fa come supplemento – pensi un po’ – dell’Unità, poi rieditato da Reset. Con Argentieri non ho più rapporti da anni, ma è uno studioso preparato sulla rivoluzione. A proposito: il regime la chiamò ellenforradalom (controrivoluzione), poi az 56-os események (i fatti del ’56) e poi qualcuno osò un sajnalatos  események (deplorevoli eventi).

La mia rettifica per l’accenno a me fatto nel suo articolo riguarda l’incomprensione e l’isolamento che mi sarebbe stato inflitto. No, per la semplice ragione che bisogna appartenere a qualcosa per essere isolati e io non sono mai appartenuta a nessuna formazione politica, tantomeno comunista, ma chi mi conosce sa che rispetto le opinioni altrui come esigo che siano rispettate le mie.

Mi ritrovo nella conclusione del suo articolo e riconfermo il mio ideale di libertà, per il quale sono lieta di aver fatto qualcosa. Tutto qui.

lunedì 8 settembre 2014

Cos’è il “mal d’Ungheria”.

Partenza per la Puszta, Théodore Valerio (1853)
Esiste il “mal d'Ungheria” o, meglio, cos'è?
“Mal d'Hongrie”, malattia epigastrica contagiosa, così chiamata perché individuata nel 1566 in Ungheria tra le fila dell'esercito imperiale di Massimiliano II (intervenuto per opporsi all'invasione turca), ricorda l'Encyclopédie. 
No, non è questo che interessa.

L’espressione italiana ha un uso diverso, che richiama quella più nota di “mal d’Africa” (che ha una corrispondenza solo in francese: mal d’Afrique), ma non ha equivalenti in altre lingue. È simile alla saudade per il Brasile: una forma di malinconia, un sentimento simile alla nostalgia, ma non rivolta come questa al passato bensì vissuta al presente e proiettata nel futuro (il musicista brasiliano Gilberto Gil definsce ogni saudade come “la presenza dell’assenza”). Insomma, un’espressione letteralmente intraducibile.
In ungherese, “mal d’Ungheria” si potrebbe dire vágyát Magyarországra (desiderio d’Ungheria) ma è un’espressione rarissima: la utilizza il poeta Arany János (1817-1882), nel poema epico Az utolsó magyar (L’ultimo ungherese). E poi c’è la “nostalgia di casa” (honvágy), ma questa riguarda solo chi è lontano dal proprio paese.
Alle difficoltà di assegnargli un significato equivalente nelle diverse lingue, si somma quella di un
utilizzo in contesti – e con significati – diversi.

Dunque partiamo dall'uso più comune: espressione di nostalgia per l'Ungheria, che può prendere chi l'ha visitata. Derivante forse dall'attrazione per un esotismo di “casa nostra” (una lingua non indoeuropea nel cuore dell'Europa), o forse dall'ammirazione per l'orgoglioso senso di alterità magiaro. E, comunque, frutto di un arricchimento culturale e umano, come già sosteneva Fosco Tempesti nella premessa al libro da lui curato, Lirici ungheresi (Vallecchi, 1950). Tempesti ricordava anche come una quindicina di anni prima (quindi, intorno al 1935) “la letteratura ungherese richiamava l’interesse di gran parte del pubblico di lettori, sia in Italia come in altri paesi”, e sosteneva che la letteratura magiara “è certo tra le più ricche e più interessanti delle letterature minori”.
Ma già allora, come ancora oggi, ci sono turisti che inseguono in Ungheria solo i luoghi comuni del “divertimento” (a cominciare dalle facili avventure). Nelle sua guida Budapest (1931), il giornalista italo-ungherese Ignazio Balla sottolinea le due “specialità” celebri nel mondo che soprattutto interessano gli stranieri: “la famosa musica tzigana... e le belle donnine della capitale magiara”.

Un'altra interpretazione del mal d'Ungheria è quella di un viaggio nella memoria di una diaspora alla ricerca delle proprie radici. Lo testimoniano diversi libri.
Ricordo quello dell'italiana Anna Maria Háberman, Labirinto di carta: una ricostruzione delle vicissitudini dei propri familiari (v. post del 20 gennaio 2014), in particolare del padre ungherese, sfuggito nel 1933 alle persecuzioni antiebraiche.
Oppure l'ultimo della tedesca Zsuzsa Bánk, presentato così sulla Stampa: “La magia del nuoto per dimenticare il mal d'Ungheria” (Il nuotatore, Neri Pozza, 2014; traduzione di Riccardo Cravero), i cui genitori sono fuggiti dall'Ungheria nel 1956.

Il 1956, appunto, segnala un altro, anzi altri due modi opposti di utilizzare l'espressione “mal d’Ungheria”. Per alcuni, come Indro Montanelli – che seguì la rivolta ungherese da corrispondente del Corriere della Sera – significava vicinanza alla “sublime pazzia” degli studenti di Budapest, in antitesi alle realpolitik di destra e di sinistra. Per altri, era un’etichetta discriminatoria – il socialista Gaetano Arfé la defini “espressione ignobile” (Il Ponte, n. 2, 1960) – verso quei comunisti non allineati che non approvarono l’invasione sovietica che represse la rivolta (e che si allontanarono dal Pci).

Ancora prima, a metà degli anni ’30 dello scorso secolo, come ricorda il Tempesti, la letteratura e la drammaturgia magiara in Italia esercitava un forte fascino. Forse inspiegabile o forse derivante da una sorta di moda inaugurata dalla politica d’amicizia tra i due Paesi (il Patto del 1927 e la Convenzione culturale del 1935), cui diede impulso la rivista italo-ungherese Corvina. Fascino trasmigrato anche nella  settima arte espressa da Cinecittà. È di quell’epoca il “cinema dei telefoni bianchi”, definito poi anche “commedia all’ungherese”, poiché – pur essendo di produzione italiana – si ispirava ad autori teatrali ungheresi. Era anche un modo, per alcuni registi, di affrontare temi sociali nell’Italia fascista, senza incorrere nella censura del Minculpop, data l’ambientazione ungherese (o in paesi immaginari) dei film. Il critico Pietro Bianchi individua la malattia del “mal d’Ungheria” anche in film di Vittorio De Sica, come Maddalena zero in condotta (1940) o Teresa Venerdì (1941). Lo stesso Bianchi fa però notare che, se tale malattia c’era stata, ormai si era in convalescenza senza più l’intenzione “di andare ad appioppare ai nostri amici ungheresi le sciocchezze che si accettano come italiane” (cit. da L’occhio di vetro, ed. Il Formichiere, 1979). La più riuscita contaminazione italo-ungherese nel cinema è del regista austriaco Max Neufeld (che lasciò la Germania nazista per le sue origini ebree) nel film Mille lire al mese (1939), girato a Roma ma ambientato a Budapest.
Sulla “fortuna” della letteratura ungherese in Italia si può leggere in rete un articolo di Ilona Fried, Il Paese della Cuccagna, dove si ricordano i due ingredienti essenziali del romanzo e del teatro ungheresi tra le due guerre: divertimento e miseria, una depressione post-sconfitta – acutizzata dai problemi sociali – mescolata all’umorismo nero.

Ma forse è già nell'Ottocento che nasce il mal d'Ungheria.
Già nel XVIII secolo, a seguito del romanticismo, si afferma il tema estetico del voyage pittoresque.
Erede del Grand Tour settecentesco (mete la Grecia e, soprattutto, l’Italia), il viaggio esotico diventa la realizzazione del “desiderio d'Oriente” della nuova borghesia in ascesa (“orientalismo” nell'arte), conosciuto tramite le esposizioni universali, nonché altra faccia del colonialismo (Africa, Medio Oriente).
In questo panorama, i moti risorgimentali del 1848 e le gesta – ancor prima della poesia – di Petöfi Sándor fanno (ri)scoprire l'Ungheria agli altri europei. Tra gli altri, il pittore francese Théodore Valerio (1819-1879) rappresenta il patchwork etnografico del bacino carpatico in acquarelli e stampe antropologiche (tra cui i ritratti degli zingari, definiti i “Mohicani d'Europa”). Valerio pubblicherà anche il racconto dei suoi viaggi nelle terre danubiane (Essais ethnographiques sur les populations hongroises, 1858), pubblicato parzialmente in Italia su FMR (n. 88 del 1991) assieme agli affascinanti acquarelli sotto il titolo appunto di “Mal d’Ungheria”. Altro reportage noti sono quelli di Gabriel Von Pronay (Skizzen aus dem Volksleben in Hungarn, 1854) e di Victor Tissot (La Hongrie, de l’Adriatique au Danube, 1883).
Tornando al leggendario Petöfi (sulla sua morte, Carducci scrisse: “Sparì un bel Dio della Grecia”), è indubbio che la lotta per la libertà e l’indipendenza di italiani e ungheresi contro l’assolutismo asburgico ha favorito stretti rapporti politici e culturali in cui sono maturati sentimenti di profonda amicizia e un desiderio d'incontro tra i due popoli che peridicamente si rinnova.

Questi, in estrema sintesi, gli antefatti di una “magiarofilia” presente in Italia (e non solo).Ci sono italiani che – pensando agli ungheresi – condividono la definizione di “kis nép, nagy lélek” (piccolo popolo, grande anima). Tale espressione fu utilizzata dallo scrittore ungherese Németh László (1901-1975) nel dramma in versi Négy próféta (Quattro apostoli): una rilettura del Vecchio Testamento dove il popolo ebraico crede nella possibilità di crescere nonostante le avversità. Una metafora della condizione dei magiari in varie fasi storiche, che viene così dipinta dal Balla nella guida già citata: “Sempre martire il popolo ungherese, ti dico, sempre sofferente per una dominazione straniera durata troppo a lungo. Sono secoli che la magnifica Reggia è deserta. Non c’è un re: c’è a regnare, la Sacra Corona di Santo Stefano dalla croce piegata e piagata, simbolo tuttavia di insopprimibile grandezza”.
Penso agli italiani che ho conosciuto dopo aver aperto questo blog. Come Gigliola Spadoni, la quale per decenni si è appassionata alla cultura magiara, raccogliendo anche centinaia di libri che poi ha donato al Consolato ungherese di Bologna (e ora mi ha donato le copie di due introvabili libri di Fosco Tempesti). Penso ad Anna Rossi, infaticabile organizzatrice dell’Associazione italo-ungherese del Triveneto. Penso alla stessa Anna Maria Háberman, che ha raccolto un’estesa documentazione sulle sue radici ungheresi e, dopo i primi due libri, ne sta preparando un altro.
E penso agli ungheresi naturalizzati italiani, come Melinda Tarr, che a Ferrara dirige la rivista bilingue Osservatorio Letterario. Oppure all’ungherese Borsányi Katinka, che vive in Italia da una dozzina d’anni e scrive poesie in italiano, anche per avvicinare le civiltà dei due popoli.
E penso ad altri italiani, che ho incontrato durante la presentazione del mio libro bilingue o che mi hanno scritto al blog, che vorrebbero studiare la lingua ungherese. Ho già dedicato vari post all’argomento. In aggiunta segnalo un sito web nato nel dicembre 2013, “Magyar Nyelv – Impariamo insieme l’ungherese”, che offre ben 28 lezioni di ungherese. Non conosco l’autore, ma ho l’impressione che anche lui, dopo un’estate nell’”incantevole Budapest” (nel 2012), soffra ora di mal d’Ungheria.

-          annate della“Nuova Corvina”
-          annate “Corvina”